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Roma, 25 maggio 2026 – Siamo circondati da un’insidia che si nota poco o nulla, non ha odore, galleggia evanescente anche nel mare più azzurro, eppure dobbiamo temerla. La studiano gli scienziati dell’Istituto superiore di sanità, la osservano preoccupati gli ecologisti, il mondo tenta di difendersi come può ma c’è molta strada da fare. La plastica, e con essa le microplastiche, invadono quasi tutti i mari del mondo e costituiscono un problema che gli Stati più attenti all’ambiente, compresa l’Italia, tentano di governare.

Ogni anno finiscono negli oceani, secondo il Wwf, 8 milioni di tonnellate di plastica, il 6% delle quali è composto da microplastiche, particelle infinitesimali altamente inquinanti e non biodegradabili. Secondo un dossier delle Nazioni Unite, nei mari ci sono 51 mila miliardi di particelle di microplastica, un numero superiore di oltre 500 volte a quello delle stelle della nostra galassia. E in questa prospettiva il Mar Mediterraneo è un osservato speciale perché è particolarmente colpito dal flagello. Secondo gli esperti, nelle sue acque si trova la più alta concentrazione di microplastiche (1,9 milioni di frammenti per metro quadrato), causata soprattutto dalle attività costiere e da una gestione inefficiente dei rifiuti. Contribuiscono con un impatto significativo anche le attività in mare come pesca intensiva, acquacoltura e navigazione.