Roma, 14 mag. (askanews) – Le microplastiche sono ormai ovunque, nei pesci, nei molluschi, nel sale marino e attraverso la catena alimentare finiscono nelle nostre tavole e nel nostro corpo: sono state ritrovate nella placenta, nel latte materno, negli spermatozoi e nel sangue, confermando la loro capacità di penetrare nell’organismo umano e danneggiarlo per sempre. Eppure, denuncia Marevivo, uno dei pochi strumenti concreti per ridurre la presenza di plastica nel mare, ovvero la Legge n. 60/2022, detta “SalvaMare”, approvata all’unanimità dal Senato dopo un complesso iter legislativo, è ferma al palo in attesa dei decreti attuativi. A ben quattro anni dall’entrata in vigore il 17 maggio 2022, informa una nota, l’Italia continua a scontare gravissimi ritardi che ne compromettono la piena applicazione. Una paralisi che rischia di vanificare una norma nata per combattere l’inquinamento marino, favorire il recupero dei rifiuti in mare e proteggere il suo ecosistema, con conseguenze sempre più pesanti per la salute umana.

“Per lungo tempo la plastica dispersa negli oceani è stata considerata un problema prevalentemente ambientale, ma oggi la letteratura scientifica dimostra che rappresenta anche un problema biologico e sanitario poiché si frammenta in micro e nanoplastiche che entrano nei sistemi viventi per via respiratoria, cutanea e alimentare, accumulandosi nei tessuti umani – spiega il Dott. Antonio Ragusa, membro del Comitato Scientifico di Marevivo. – Il problema reale è cosa provocano una volta entrate nell’organismo. I dati raccolti parlano chiaro: stress ossidativo, infiammazione cronica e interferenza endocrina. Tra le patologie causate vi è la sindrome metabolica che porta all’obesità, della cui diffusione nel mondo la plastica è tra le maggiori responsabili. Non abbiamo ancora tutta la causalità clinica, ma ignorare questi segnali sarebbe un errore imperdonabile a livello scientifico e sanitario”. Ulteriori studi dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli dimostrano che molte problematiche cardiovascolari sono strettamente correlate alla presenza di plastica nelle arterie. “Abbiamo riscontrato una chiara associazione tra la presenza di microplastiche e sviluppo di malattie cardiovascolari in alcuni pazienti seguiti in un arco temporale di 3 anni. Le persone con placche contenenti microplastiche hanno un rischio di 4,5 volte superiore di infarto, ictus e morte per cause cardiovascolari” spiega il prof. Giuseppe Paolisso, Ordinario di Medicina Interna e Direttore del “Centro di Ricerca su Inquinamento Ambientale e Malattie Cardiovascolari” dell’Università Vanvitelli.