Credo di aver visto per la prima volta Brizia Minerva quando ero studente universitario e frequentavo il Museo Castromediano di Lecce per le mostre e i convegni scientifici che all’epoca erano fondamentali in una periferia del sistema culturale come il Salento, in anni in cui Tonino Cassiano, il direttore dell’istituzione, portava avanti ricognizioni decisive sul Barocco, la pittura del Seicento e l’arte del territorio tra Otto e Novecento.
Lei c’era sempre, con lui, con la sua presenza luminosa, in un museo che a lungo ha amato. Oggi che la storica dell’arte Brizia Minerva ci ha lasciati all’improvviso mi vengono in mente, come fossero dei fotogrammi, le centinaia (migliaia?) di volte in cui l’ho vista dentro e fuori dal museo negli anni a venire, quando poi abbiamo iniziato insieme una ricognizione, incompiuta per mille ragioni, su quegli artisti salentini che si erano distinti per la loro capacità di essere straordinari, ovvero fuori da ogni possibile collocazione culturale specifica.
Prima l’outsider e irregolare Ezechiele Leandro, a cui abbiamo dedicato amore e dedizione (scherzosamente ci definivamo all’epoca “Leandriani di ferro”), poi Edoardo De Candia (nel 2017), la nostra mostra più bella perché frutto di una investigazione lunga nelle case, nei garage e nei ripostigli dei leccesi (fino a quel momento De Candia era considerato semplicemente il matto della città) che generosamente ci hanno messo a disposizione le opere di un artista incompreso, un’eresia che non aggredisce, come lo definì meravigliosamente Vittorio Pagano.






