Un odore acre di sigaro respingente ne precedeva ogni forma di possibile contatto: perché Maurizio Rebuzzini era inavvicinabile, ruvido e distante come pochi; ed era un amico amabile proprio per questo. Una persona di un’onestà intellettuale e di una profondità davvero non comuni, con in più una nota nostalgica disarmante per quei pochi a cui apriva il suo cuore. E ho avuto il privilegio di essere fra questi, nonostante da tempo fosse sparito dal radar di noi suoi amici e colleghi, che lo ammiravamo convinti. Perché, al fascino sottile, meditato e intelligente delle sue parole era impossibile resistere. A completare il quadro di quest’uomo complesso, dalla cultura sconfinata e dagli interessi molteplici, le competenze di studioso e cultore della fotografia in ogni suo aspetto. E non stupisca se il grande Cartier Bresson lo annoverava tra i suoi amici italiani, a cui dedicare libri e non solo. E a proposito di libri, la sua sterminata biblioteca era il suo cruccio. Da anni mi aveva confessato di non sapere dove e a chi conferirla.
Ma torniamo a lui. Collezionista maniacale, in molti dei viaggi che abbiamo fatto insieme in quel del premio SWPA, in compagnia di amici quali Cristina Papis, che lo ha amato come pochi ( e lui ne andava fiero), o di “colleghi” loro si anche fotografi, e che lui mi additava come “optimates”, quali Lello Piazza, Amedeo Novelli e Barbara Silbe e, sperimentavamo il “ricatto” a più riprese del conservargli, salvandoli dall’istintuale necessità di gettarli via, gadget dal valore inutile e che per lui, per la sua sensibilità finissima e per i suoi occhi indagatori, assumevano un valore sconfinato. Perché poi lui era così: un vero “orso”, capace di gesti d’inusitata cortesia, gentilezza e sprezzatura, oltre che di sfuriate - sul tema fotografia - “storiche”. E sul punto era difficile, quasi impossibile tenergli testa: vuoi per la sua acutezza, vuoi per la sua documentatissima memoria. Ha scritto per noi su queste pagine, che ha segnato indelebilmente con la sua collaborazione.









