Dentro lo studio del critico fotografico Maurizio Rebuzzini di via Zuretti 2/A la Scientifica lavora fino a notte a caccia di impronte e tracce di sangue. Fuori, sul marciapiedi, il figlio Filippo con gli occhiali da sole e una coppola azzurra in testa parla con le tv: «Non è stato ucciso e non si sarebbe mai suicidato». Ipotizza che i segni sul collo del padre — 74 anni, morto mercoledì in circostanze sospette — siano stati lasciati «post mortem dai soccorritori. Ho cercato su Google i segni da strangolamento, ma sono diversi da quelli che aveva lui». Nel grande laboratorio a più piani del critico, di fianco alla stazione Centrale di Milano, i poliziotti hanno fatto anche l’esame del luminol. Un passaggio fondamentale per gli inquirenti per capire se qualcuno dopo aver ucciso Rebuzzini abbia anche ripulito la scena, cancellando così delle macchie che, latenti, potrebbero invece essere state esaltate.
Il critico fotografico trovato morto a Milano, il luminol nello studio. Il figlio: i segni sul collo lasciati dai soccorritori
Attraverso i tabulati telefonici si chiarirà a che ora il figlio 44enne ha chiamato il padre. «Non è stato ucciso e non si sarebbe mai suicidato».








