Si alzano i flutti, la terra scompare e ad un tratto la geografia smette di essere una certezza fisica e diventa un’entità legale. Il minuscolo arcipelago di Tuvalu ne è il simbolo per eccellenza. Mentre i grandi forum internazionali discutono ancora sui tempi dell’abbandono dei combustibili fossili — e addirittura sulla volontà o meno di abbandonarli — i nove atolli corallini che compongono questo frammento di Polinesia stanno cercando di restare uno Stato pur senza avere più una terra.Tuvalu sta scomparendo. Due dei suoi atolli sono prossimi all’inabissamento e il tasso di innalzamento del mare registrato dalla NASA è ormai di circa 5 mm l’anno: il triplo rispetto ai decenni precedenti. Nemica è anche la porosità dell’arcipelago. Il terreno di Tuvalu è composto da roccia corallina, una struttura che assorbe le onde e lascia che l’acqua salata risalga verticalmente dal sottosuolo, infiltrandosi nelle falde acquifere e rendendo il suolo sterile. Questo fenomeno minaccia la stabilità geologica e distrugge la biodiversità, oltre a rendere impossibile la sussistenza delle popolazioni locali. Oggi, i residenti dell’atollo di Vaiaku dipendono esclusivamente dall’acqua piovana. Secondo le proiezioni climatiche più accreditate, gran parte del territorio di Tuvalu sarà inabitabile entro il 2050, con una sommersione quasi totale stimata entro la fine del secolo. Come ricordato dall’attivista Penileta Vaguna Ioane, di Saving Tuvalu, la vita quotidiana è una lotta contro la salinizzazione: “Il cibo non cresce più, dobbiamo importare tutto”. La sicurezza alimentare è crollata ben prima dell’inabissamento fisico.Leggi anche: Fuga da Tuvalu (che verrà sommersa): i profughi climatici e il destino delle isole basseTuvalu ha deciso di rispondere con il diritto internazionale. La strategia del governo è audace: scindere il concetto di sovranità da quello di territorio. Secondo la Convenzione di Montevideo del 1933, uno Stato esiste se ha una popolazione, un governo e un territorio definito. Se il territorio scompare per lasciare spazio all’acqua, lo Stato decade? Tuvalu non è d’accordo e chiede la Statehood permanente: attraverso una revisione costituzionale, il Paese ha dichiarato che i suoi confini marittimi e la sua identità rimarranno inalterati anche quando la terra sparirà sotto le onde. È la nascita della ‘Nazione Digitale’. Il progetto prevede di caricare su server cloud l’intero archivio culturale, i dati governativi e persino la mappatura 3D degli atolli, per permettere ai cittadini — ovunque si troveranno — di continuare a operare sotto la giurisdizione di Tuvalu. Cittadini in diaspora climatica di uno Stato che perde le sue terre emerse, ma difende la propria identità. “La nostra sovranità non può essere erosa dalle maree”, è il messaggio dei delegati alle Nazioni Unite, in una battaglia che non chiede protezione, ma riconoscimento di diritti permanenti.I passi sono anche operativi e il 16 giugno 2025, con il Falepili Union Treaty, il governo di Tuvalu ha iniziato un piano per l’espatrio dei suoi residenti in Australia. Si tratta di un accordo che permette a 280 cittadini di Tuvalu all’anno di trasferirsi in Australia con un visto permanente che garantisce diritti paritari su sanità, studio e lavoro. È il primo trattato internazionale della storia a sancire il diritto alla mobilità dignitosa, non in quanto rifugiati, ma in quanto residenti di uno Stato che presto non esisterà più sulla carta geografica. L’attivista Kato Ewekia, fondatore di Saving Tuvalu, sottolinea come questa non sia una vittoria, ma una necessità di sopravvivenza. Quasi la metà della popolazione ha già presentato domanda. Chi resta, come i giovani coinvolti nel Climate Reality Project, continua a presidiare gli atolli, ma la pressione è insostenibile: le temperature sono aumentate esponenzialmente, la salinizzazione delle falde sta rendendo l’agricoltura di sussistenza impossibile e lo spazio vitale si è ridotto al punto che ogni abitazione ospita mediamente quindici persone.Leggi anche: Rifugiati climatici: l’accordo Australia–Tuvalu fa storiaTuvalu è la voce della coscienza globale fin dal 2021, quando l’allora ministro degli Esteri Simon Kofe registrò un videomessaggio per la COP26 di Glasgow parlando immerso nell’acqua fino alle ginocchia. Quell’immagine fece il giro del mondo, portando il piccolo Stato al centro della coalizione per il Trattato di Non Proliferazione dei Combustibili Fossili (Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty). Lanciata ufficialmente nel 2019 da un gruppo di scienziati e accademici, questa iniziativa si ispira al trattato di non proliferazione nucleare degli anni ’60 con lo scopo di colmare una lacuna dell’Accordo di Parigi che decenni di Conferenze Mondiali sul Clima non sono riuscite a sanare: il fatto che quest’ultimo non nomini mai esplicitamente petrolio, gas e carbone. Il Trattato poggia su tre pilastri: la fine dell’espansione di nuovi giacimenti, l’eliminazione graduale della produzione esistente e una transizione ecologica giusta ed equa. Oltre a Tuvalu, hanno aderito Vanuatu, Antigua e Barbuda, Timor Est e la Colombia, insieme a centinaia di premi Nobel, città come Londra e Parigi e l’Organizzazione Mondiale della Sanità.La radicalità di questo Trattato ha reso evidente la distanza tra le nazioni più vulnerabili — che sono spesso anche le più ambiziose — e il processo delle COP ufficiali, accusate di essere ostaggio delle lobby dei combustibili fossili e delle armi. Dopo anni di frustrazione per risultati negoziali giudicati troppo timidi e annacquati dal diritto di veto dei grandi inquinatori, è emersa l’esigenza di creare spazi di manovra alternativi. In seguito anche alla delusione della COP30 del Brasile, che all’ultimo momento ha visto approvare un accordo al ribasso nonostante la voce contraria di numerosi Stati, capeggiati da Colombia, Panama e le SIDS (l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari), il Governo Colombiano ha lanciato un appuntamento per l’aprile 2026 a Santa Marta: la prima “Conferenza per una Transizione Giusta dai Combustibili Fossili”. Un vertice a cui hanno aderito quasi cento Paesi, una sorta di COP parallela nata con l’obiettivo esplicito di uscire dal meccanismo del consenso unanime delle COP.Santa Marta ha riunito una massa critica di Paesi pronti ad affrontare il ‘come’ della transizione, non più il ‘se’, coordinando le politiche industriali fuori dall’influenza dei colossi del petrolio ed esplicitando lo spostamento del potere climatico verso le economie emergenti e — pure nelle sue contraddizioni — il blocco BRICS. La stessa COP30 in Brasile aveva segnato questo passaggio, confermato dalla prossima COP31 del 2026, che avrà luogo in Turchia, ma sarà co-organizzata dall’Australia, con Tuvalu e le Fiji incaricate di ospitare i pre-summit. La scelta di affidare al Pacifico la preparazione della COP31 significa, a livello politico, rimettere al centro i frontline States. Sarà la prima volta che i Paesi in prima linea rispetto agli effetti della crisi deteranno l’agenda internazionale. Le priorità sono finanziare il fondo di risarcimento ai danni climatici (Loss and Damage), definire i diritti legali degli Stati sommersi e, soprattutto, forzare l’adozione globale del trattato di non proliferazione fossile.Leggi anche: A Santa Marta i primi passi verso un futuro senza combustibili fossiliIntanto, la staffetta delle conferenze parallele non si ferma e nella primavera del 2027 sarà proprio Tuvalu a ospitare la Conferenza per la Transizione Giusta, raccogliendo il testimone da Santa Marta. La sfida delle prossime conferenze climatiche sarà gestire le conseguenze di un sistema di governance che sta perdendo la sua unitarietà. Mentre l’Australia apre le porte ai cittadini di Tuvalu e la Colombia guida la rivolta contro le fossili, la diplomazia si trova davanti a un bivio: accettare la frammentazione in ‘coalizioni di volenterosi’ e di ‘non volenterosi’ o riformare radicalmente le COP per impedire che il diritto di veto di pochi blocchi il futuro di molti. Come testimoniato dai giovani dell’associazione Saving Tuvalu, per chi vive a pochi centimetri sopra il livello del mare la distinzione tra diplomazia parallela e ufficiale è un lusso che il tempo non permette più.La trincea giuridica di Tuvalu ha trovato una sponda anche nel cuore delle Nazioni Unite con l’approvazione della Risoluzione di Vanuatu, avvenuta il 20 maggio 2026, dopo tre anni di battaglie. Nel marzo 2023 Vanuatu chiede alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) un parere consultivo sugli obblighi degli Stati rispetto al cambiamento climatico. Quest’ultima nel 2025 emette un parere storico, stabilendo che la protezione del clima è un obbligo legale ai sensi del diritto internazionale e che la violazione di tali obblighi può comportare risarcimenti. Con l’approvazione della risoluzione (A/80/L.65) da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, il parere della Corte si trasforma in un impegno politico e diplomatico esplicito. Il testo è passato con 141 voti a favore - tra cui l’Italia che era rimasta in bilico fino all’ultimo, e solo 8 contrari, tra cui Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita: un fronte ostruzionista speculare a quello che paralizza i negoziati UNFCCC.“È un passo importante, non solo perché con chiarezza legale menziona esplicitamente la necessità di una transizione dai fossili, ma anche perché rafforza il supporto a un mondo multipolare, mostrando che gli Stati riconoscono l’urgenza di un’azione globale sul cambiamento climatico e la necessità che sia fondata sulla cooperazione e sul diritto internazionale” dichiara Valeria Zanini, Analista Diplomazia Climatica di ECCO, il think tank italiano per il clima. Pur non essendo direttamente sanzionatoria, la Risoluzione di Vanuatu stabilisce un precedente giurisprudenziale che ridefinisce la responsabilità finanziaria globale e fornisce alle nazioni insulari un’arma legale per esigere indennizzi e difendere la propria legittimità territoriale nei tribunali di tutto il mondo.Come ribadiscono i Piccoli Stati Insulari, serve più ambizione, ma anche il riconoscimento dei danni già subiti, preparando il mondo a un futuro in cui l’identità di un popolo sarà scissa dall’esistenza o l’abitabilità delle sue terre emerse. È un monito per l’Europa e l’Occidente: la responsabilità non finisce dove iniziano i confini nazionali, perché i confini di Paesi come Tuvalu saranno presto un disegno sui libri di storia, incisi nel codice binario di un server e nelle memorie dei loro popoli in diaspora.
Tuvalu prova a sopravvivere alla crisi climatica | Il Bo Live
Tuvalu, piccolo arcipelago della Polinesia, rischia di scomparire a causa dell’innalzamento del mare e della salinizzazione del suolo. Per questo il Paese sta tentando una strada inedita: mantenere la propria sovranità anche senza territorio fisico, trasformandosi in una “nazione digitale”










