L’allarmismo climatico impostato come dogma può risultare altrettanto dannoso degli stessi cambiamenti climatici sui quali si lancia l’allerta, soprattutto se si prendono per dato di fatto le stime, le previsioni e i modelli matematici che profetizzano disastri e relative ripercussioni. Del resto, “Dieci anni per salvare il pianeta. L’allarme degli scienziati dell’Onu”, 9 settembre 2013, Repubblica. E l’umanità sarebbe stata «spazzata via» se non si fosse abbandonato l’uso di combustibili fossili «nei prossimi cinque anni», sentenziava Greta Thunberg nel 2018...

Se negare la competenza degli scienziati è sciocco, sintetizzare le loro conclusioni in maniera errata porta tutti fuori strada. «L’isola che non c’è più», titola ieri La Stampa, spiegando che Tuvalu, realtà composta da più isole e situata nell’Oceano Pacifico a metà strada tra le Hawaii e l’Australia, è «il primo stato che sta scomparendo per il cambiamento climatico». Il tutto corredato dalla foto in prima pagina del ministro degli Esteri dell’isola, Kofe, ritratto in cravatta e pantaloni corti, con l’acqua alle ginocchia per denunciare l’innalzamento dei mari.

Un’immagine potente che però ha un però. Non l’innalzamento dei mari, fenomeno documentato, quanto il fatto che bisogna arrivare a pagina 19 per scoprire che lo scatto risale al 2021 e dunque non è notizia del giorno, e che Tuvalu non è affondata per niente.