Ripartire da zero. Simone Capodicasa ha 47 anni e una storia che racconta bene cosa significhi ricominciare. Quando nel 2015 lascia Milano per trasferirsi a Zurigo, non è un giovane alle prime armi, ma un professionista già affermato: in Italia è responsabile di cucina. Eppure, una volta arrivato in Svizzera, accetta di ricominciare dal gradino più basso. Una scelta che molti definirebbero un passo indietro, ma che nel suo caso si trasforma in una traiettoria di crescita.

“Ho accettato semplicemente perché volevo cambiare vita. Non mi sono mai trovato completamente a mio agio in Italia, quindi ho colto l’occasione”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Il primo impatto è molto realista: senza conoscere il tedesco, le opportunità si restringono ai ristoranti italiani. Ma il lavoro non manca. “Dopo due giorni avevo già due offerte, ho addirittura potuto scegliere”. Non c’è romanticismo nella decisione, ma la voglia di vincere una scommessa: fidarsi delle proprie capacità e di un sistema che, almeno sulla carta, promette meritocrazia. E quella promessa, nel suo caso, viene mantenuta. In tre anni passa da semplice cuoco a chef.

“C’è sempre stata una crescita regolare nel tempo. Se lavori bene e vogliono tenerti, qui devono riconoscertelo con lo stipendio e con un ruolo di livello più alto”. È qui che emerge una delle differenze più nette rispetto all’Italia. Non solo la possibilità di fare carriera, ma la prevedibilità del percorso. “In Italia sapevi quando iniziavi a lavorare, ma non quando finivi. Qui ogni minuto in più viene segnato e recuperato. Quando raggiungo 8 ore ho un giorno libero. Sono differenze abissali”.