RONCADE (TREVISO) - Un delitto d’impeto dovuto agli effetti della droga o un femminicidio culminato nella violenza più cieca dopo un rifiuto: è ciò che stanno cercando di capire gli investigatori per fare chiarezza sull’omicidio di Sandra Casagrande, la quarantaquattrenne massacrata il 29 gennaio 1991 nella sua pasticceria di via Roma a Roncade con ventidue pugnalate al petto. Ventidue, come gli anni che Paolo Gorghetto, ora indagato per omicidio volontario, aveva all’epoca. Un profilo, quello del cinquantasettenne di Silea, associato a reati minori — ha precedenti per droga e per furto — ma macchiato anche da un procedimento per stalking nei confronti di una donna.
E se da una parte la Procura è certa della presenza del suo sangue su un lembo di tenda usato per tappare la bocca alla donna, dall’altra non emergono legami particolari tra lui e la vittima. Almeno per ora. Gorghetto, che è a piede libero, ha deciso di chiudersi nel silenzio più assoluto, dichiarandosi totalmente innocente. «Non c’entro niente», ripete. Anche davanti agli investigatori è rimasto in silenzio: verrà risentito nuovamente dopo le indagini dei Ris, previste il 29 maggio.Sandra Casagrande, il ricordo del nipote Gianni: «Mi fece vedere sulla porta la scritta 'Ti vo(g)lio'» VIDEO LE IPOTESI Gli elementi da considerare per definire il movente di un delitto di 35 anni fa sono tanti e alcuni, nelle prime fasi dell’indagine, vennero tralasciati. Questo perché la Procura si era concentrata esclusivamente sulla cerchia di conoscenti e amanti della donna, senza però arrivare a prove concrete. Il “pregiudizio”, come l’ha definito anche l’ex procuratore Antonio Fojadelli, che nel 2009 aveva riaperto il caso, ha portato a escludere altre piste e profili “di passaggio”, come quello di Gorghetto, che non ha negato di conoscere la pasticciera. Da una parte, il profilo della donna, con un carattere accogliente e gentile, il fatto che abbia deciso di spalancare la porta al suo aggressore alle 22, dopo essersi preparata un bagno caldo, il vassoio di pasticcini che aveva lasciato sul tavolo, i racconti ai parenti di scritte inquietanti lasciate da ammiratori anonimi, rafforzano la pista di un classico delitto passionale.Dall’altra, la brutalità folle delle pugnalate sferrate quella notte e l’identikit dell’indagato, legato agli stupefacenti e con precedenti per furto, portano sulla strada del delitto d’impeto, ovvero delle conseguenze di una follia omicida scaturita senza pregressi rilevanti. Secondo i carabinieri del nucleo investigativo di Treviso alla fine il movente potrebbe anche muoversi su entrambi i binari: l’attrazione di un giovane nei confronti di una donna più grande, considerata da tutti come avvenente, il rifiuto di una prestazione sessuale richiesta e l’impeto di uccidere, stimolato anche dall’assunzione di sostanze stupefacenti. All’epoca, a farla da padrona nel trevigiano era soprattutto l’eroina. Il nipote della vittima, Gianni Fregonese di Quarto d’Altino, ha raccontato anche il fatto che la zia gli aveva parlato, all’epoca, di alcuni timori per una scritta comparsa sulla sua porta sul retro. Qualcuno scavalcava il cancello per lasciarle dei messaggi scritti a pennarello.«Alla fine mi disse chi era stato, secondo lei — racconta il nipote — e il nome non corrisponde con quello dell’indagato». La famiglia rimane comunque fiduciosa: «Noi speriamo di poter dire con certezza a mia madre Bianca, che ha quasi 102 anni, che l’assassino di sua sorella è stato scoperto, prima che sia troppo tardi».












