Insieme alla mamma Meri e alla sorella Marzia, per quasi 18 anni Marco ha combattuto una battaglia estenuante, nel tentativo di conoscere la verità sulla morte di Tatiana Tulissi. «Un angelo che chiede giustizia», come la definisce l’omonimo gruppo social, fondato per ricordarla anche attraverso fiaccolate e veglie. Ieri però il fratello della 37enne, uccisa l’11 novembre 2008 a Manzano (Udine), ha capito di dover mettere un punto fermo alla vicenda giudiziaria che sconcerta il Nordest, per il contraddittorio intreccio di condanne e assoluzioni emesse tra Friuli Venezia Giulia e Veneto a carico di Paolo Calligaris. L’altra sera, infatti, da Roma è arrivato il dispositivo della sentenza con cui la Cassazione ha scagionato definitivamente il compagno dell’epoca, «per non aver commesso il fatto». Ecco allora il toccante messaggio di addio, postato su Facebook con un cuore rosso: «Ciao Tati, ti saluto per sempre, ma non ti dimenticherò mai». Resta però una domanda a tormentare i familiari e gli amici della donna: «Chi l’ha ammazzata?». Se non è stato l’imprenditore, allora chi ha sparato tre colpi all’impiegata dal sorriso dolce, che sognava di diventare madre?
GLI AVVOCATI L’avvocato Laura Luzzatto Guerrini, che assiste i Tulissi come parte civile, preferisce mantenere il basso profilo, in attesa di leggere le motivazioni di merito: «Nessun commento». Il penalista Alessandro Gamberini, che assieme ai colleghi Rino Battocletti e Cristina Salon difende l’ormai ex imputato Calligaris, torna invece sulle critiche formulate nell’immediatezza del verdetto al sistema giudiziario, fino dalla riapertura dell’inchiesta nel 2015 dopo l’iniziale archiviazione, a cui sono poi seguite sette sentenze dagli esiti contrastanti. «Il pubblico ministero – osserva – porta una grande responsabilità nel promuovere l’azione penale, perché trascina con sé l’aspettativa delle vittime di avere trovato la verità. In questo processo però il pm ha costruito un’accusa priva di ogni consistenza e anzi affidata a una narrativa solo astrattamente credibile. Sono state compiute cose abnormi sul piano della correttezza procedurale e sostanziale, tutte fondate sulla demonizzazione del povero Calligaris. Quest’uomo aveva il demerito di un’immagine poco rassicurante e di un caratteraccio, ma non si era mai, e sottolineo mai, reso responsabile di un’aggressione contro chicchessia. Gli è stata quasi attribuita la colpa di essere di una famiglia ricca, mentre nel suo rapporto con Tatiana gli inquirenti non sono riusciti a dimostrare un litigio, men che meno violento. Eppure è stato sostenuto che il nostro assistito avesse ucciso la compagna in pochi minuti, al suo arrivo a casa, per una discussione sull’avere un figlio, dopo il dramma di averne perso uno durante la gravidanza pochi mesi prima».Tatiana Tulissi, Paolo Calligaris andrà in Cassazione per la terza volta per il femminicidio della compagna IL PARALLELO Vista l’assoluzione definitiva nei confronti del 56enne, la famiglia Tulissi tende ad escludere somiglianze con il caso di Alberto Stasi, che alla fine era stato giudicato colpevole dalla Suprema Corte. Il parallelo con il giallo di Garlasco, invece, era stato tratteggiato dalla difesa di Calligaris nell’ultimo ricorso in Cassazione contro la condanna a 16 anni di reclusione e 460.000 euro di provvisionale, così come stabilito in primo grado a Udine e confermato per due volte dalla Corte d’Appello di Venezia (a cui il faldone era stato trasmesso dopo un precedente annullamento, in quanto a Trieste non c’era una seconda sezione per riesaminare la vicenda). Avevano argomentato gli avvocati Gamberini e Battocletti: «Si tratta di un processo costruito dall’accusa per sua stessa ammissione in analogia del tutto ingiustificata con il delitto Garlasco e siamo certi che si concluderà in modo opposto». Il riferimento al femminicidio di Chiara Poggi riguardava le «impressionanti analogie» sostenute dagli inquirenti tra Calligaris e Stasi, ritenuti «falsi scopritori» dei cadaveri delle rispettive fidanzate. Un’accusa che i legali sono riusciti a smontare in via definitiva. Ma a questo punto l’identità del vero assassino torna ad essere un mistero. A meno che le motivazioni dell’ultimo verdetto non ipotizzino uno scenario alternativo. L’ipotesi della rapina sfociata nel sangue era stata sostenuta dai difensori dell’imputato, sulla base degli accertamenti effettuati dai carabinieri nei riguardi di Luigi Carta. Tuttavia il “Lupo solitario”, detenuto per gli assalti al supermercato di Conegliano (Treviso) e al portavalori di Mestre (Venezia), si è sempre proclamato estraneo al delitto.












