Avevo capito da tempo che Massimo Gaggi, collega di lungo corso, fosse addolorato per quanto sta accadendo agli Stati Uniti, dove vive da molti anni. Non solo politicamente indignato, professionalmente stimolato, personalmente stupefatto: proprio addolorato. Il titolo dell’ultimo editoriale dice tutto: Quell’America che non riconosco più. Lo capisco. Donald Trump non è solo un leader inefficace e instabile: è un uomo che non si vergogna più di nulla. La famiglia investe in aziende il cui valore cresce in seguito a decisioni presidenziali. Trump sta creando un fondo da 1,8 miliardi di dollari coi cui indennizzare «le vittime delle discriminazioni anti-trumpiane». E ha concesso l’immunità fiscale e civile a sé stesso, ai suoi parenti e a chi lavora per lui e le sue imprese. Sono le cose più gravi? No.
C’è di peggio. Ancora più grave è la reazione tiepida dell’opinione pubblica. Certo, i democratici protestano, qualche repubblicano (debolmente) resiste, i grandi giornali stigmatizzano. Ma la sollevazione pacifica della nazione non c’è. Gli americani minimizzano, rimuovono, si distraggono, pensano alle grigliate del Memorial Day. Aspettano che passi la tempesta, insomma. E se la tempesta non passasse?







