La riforma europea degli appalti pubblici nasce con l’obiettivo di rendere il Mercato interno più efficiente e competitivo, ma si è già trasformata in un confronto politico tra Commissione e Stati membri. Al centro dello scontro c’è la scelta dello strumento normativo, con 17 Paesi, tra cui l’Italia, che difendono la via delle Direttive per preservare margini di flessibilità nazionale in un settore dove sussidiarietà e applicazione concreta restano decisive. Il commento di Fabrizio Braghini

Tra i numerosi “cantieri” aperti dall’Ue nell’attuale instabile contesto internazionale, la riforma del Public procurement costituisce un tentativo per efficientare il funzionamento del Mercato interno a beneficio della competitività economica sia per il cittadino sia per adeguarsi alle sfide sistemiche. Tentativo che ha già sollevato critiche per la mancanza di chiare priorità e insufficiente impegno di risorse da parte della Commissione europea.

A grandi linee, l’obiettivo della riforma del Public procurement è stato oggetto di una Risoluzione del Parlamento europeo che ha elencato diversi obiettivi strategici, quali digitalizzazione, semplificazione, resilienza strategica, promozione della preferenza europea, coerenza tra obiettivi e principi come value for money, fair competition, etc. La questione di fondo rimane l’effettiva attuazione degli obiettivi in regole comuni, adatte ad ambiti molto diversi quali innovazione, sostenibilità, sociale, aree critiche.