oltre HormuzGli americani hanno rinunciato a molto, ma non possono abbandonare le richieste sul nucleare. Gli iraniani cercano di evitare un nuovo attacco e giocano con lo Stretto. L’idea dei mediatori è guadagnare tempodi23 MAG 26Gli americani guardano l’uranio arricchito nei laboratori del regime, gli iraniani lo Stretto di Hormuz, i mediatori la sala d’attesa. Il 28 febbraio, gli Stati Uniti hanno iniziato assieme a Israele la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran dichiarando, fra gli obiettivi, quello di eliminare il programma nucleare di Teheran e costringere il regime a rinunciare alla sua catena di alleanze con gruppi armati che destabilizzano il medio oriente. La Repubblica islamica ha fatto quello che aveva minacciato di fare già lo scorso anno durante la guerra dei Dodici giorni contro Israele: bloccare lo Stretto di Hormuz, inchiodando gli americani e la maggior parte del mondo su quel tratto d’acqua su cui passa il commercio dell’energia globale e sui suoi fondali, di cui minaccia di colpire i cavi in fibra ottica per le telecomunicazioni per una prossima rappresaglia. Hormuz è diventato l’incubo, la minaccia, il randello per gestire il negoziato e costringere gli americani ad abbassare le loro richieste in fase negoziale. Tenendo in ostaggio Hormuz, gli iraniani hanno provato a cancellare il nucleare dalla lista delle richieste, ma il nucleare non può essere tolto dal tavolo e per mantenerlo gli Stati Uniti hanno continuato ad agitare la loro di minaccia: la ripresa delle operazioni militari assieme a Israele. Il piano di ricominciare la guerra con piccole operazioni contro infrastrutture economiche della Repubblica islamica non è mai sparito dalle possibilità e Teheran, da oltre un mese, continua a praticare la sua scommessa di tenere gli americani inchiodati a un cessate il fuoco stagnante. Impossibile rimanere immobili e anche l’Arabia Saudita ha avvertito il regime che se non accetterà di negoziare sul serio, la guerra ricomincerà.Ieri la testata saudita Al Arabiya ha pubblicato alcuni dettagli di quella che sarebbe la bozza finale per un memorandum o una dichiarazione di intenti fra Stati Uniti e Repubblica islamica. I mediatori si sono affannati, si sono riversati ieri a Teheran, dove erano presenti in contemporanea i qatarini, che la scorsa settimana erano stati a Washington e per la prima volta avevano ammesso il loro ruolo di mediatori, molto più difficile da sbandierare questa volta dopo essere stati vittime dei droni degli iraniani. Era a Teheran anche il capo dell’esercito del Pakistan, il generale Asim Munir, finora principale mediatore fra americani e iraniani. Nei dettagli esposti a punti da Al Arabiya si legge che la dichiarazione di intenti potrebbe includere un cessate il fuoco immediato; l’impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, economiche e civili; libertà di navigazione nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman; graduale revoca delle sanzioni americane in cambio dell’impegno iraniano a rispettare i termini dell’accordo; impegno a entrare nei negoziati sulle questioni in sospeso entro sette giorni. Si tratta di una dichiarazione, una promessa per iniziare a negoziare in un secondo momento, che non potrà essere rimandato per sempre. Secondo il Wall Street Journal, gli iraniani mentre annunciavano di aver stabilito un nuovo sistema di pedaggi con gli omaniti per regolare il traffico nello Stretto di Hormuz, iniziavano ad affrettarsi per scongiurare un nuovo attacco. La bozza su cui si lavora però serve a guadagnare tempo, a fare entrare americani e iraniani nella vera fase negoziale, ma non comprende nessuna delle questioni più importanti, come il nucleare: è una sala d’attesa, in cui i problemi rimangono al centro.Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
La sala d'attesa per l'accordo fra Stati Uniti e Iran
Gli americani hanno rinunciato a molto, ma non possono abbandonare le richieste sul nucleare. Gli iraniani cercano di evitare un nuovo attacco e giocano con lo Stretto. L’idea dei mediatori è guadagnare tempo













