Pulire boschi e spiagge resta utile, purché il gesto distingua plastica, vetro e lattine da ciò che tiene vivo l’ecosistema

Sulla sabbia appena passata dai mezzi resta un ordine quasi sospetto. I cestini pieni, le alghe sparite, le impronte cancellate, il bagnasciuga liscio come il pavimento di uno stabilimento appena aperto. Chi arriva con l’asciugamano sotto il braccio vede una spiaggia finalmente “pulita”. Molte specie, invece, perdono in pochi minuti cibo, riparo, ombra e una piccola barriera naturale contro l’erosione. La raccolta dei rifiuti in natura nasce da un gesto giusto, quasi automatico. Vedere una bottiglia di plastica sparire da un sentiero o una lattina finire nel sacco dà una soddisfazione immediata. Il paesaggio sembra respirare meglio. Anche noi.

Il problema comincia quando la nostra idea di pulizia prende il comando. Nei boschi, nei prati, lungo i cammini e sulle coste, molte cose che disturbano lo sguardo umano fanno parte della vita del luogo. Foglie morte, rami spezzati, alghe spiaggiate, pezzi di legno levigati dall’acqua, frutti caduti, resti vegetali. Sembrano disordine, spesso sono struttura. Tengono umido il suolo, nutrono insetti e microrganismi, offrono riparo a larve, piccoli animali e uccelli. Togliere una bottiglia abbandonata ha senso. Rastrellare tutto perché “fa brutto” racconta un’altra storia.