Con la piattaforma Objection, Peter Thiel porta la battaglia contro la post-verità dentro l’era dell’intelligenza artificiale: una sfida controversa che può minacciare il giornalismo, ma che rimette al centro il valore pubblico della verità e dei fatti. L'intervento di Marco Mayer
Peter Thiel, Aron D’Souza e Balaji Srinivasa hanno fondato una nuova piattaforma tecnologica denominata Objection e definita dagli ideatori “il tribunale della Verità”. Sul Sole 24 Ore Barbara Carfagna ha raccontato il funzionamento specifico di questa piattaforma, che ha lo scopo di consentire a chi si senta offeso da articoli di giornale, in TV o sui social di anticipare sul web un vero e proprio processo (privato) di diffamazione.
Pagando un minimo di 2.000 dollari, ma il prezzo dipende dalla complessità del caso, una persona che si sente diffamata può avviare un vero e proprio processo. Il procedimento dura pochi giorni; dopo un’istruttoria che combina il lavoro di investigatori professionisti (talora provenienti da CIA e NSA) con i più avanzati modelli di AI, il “tribunale della verità” emette un verdetto che viene reso pubblico. Sul sito di Objection si legge: “Chi decide in cosa credono le persone è il Potere e non l’evidenza empirica”. La prima cosa che mi viene in mente è che è un vero peccato che non venga citato Marshall McLuhan e le sue analisi innovative sulle dinamiche del potere mediatico.














