Umori, pensieri e sussurri di Dario Franceschini del Pd su legge elettorale e Quirinale... I Graffi di Damato
Dario Franceschini, che da ministro del governo di Mario Draghi volle impudentemente intestarsi la Cultura non bastandogli più la tutela dei beni culturali e ambientali dei suoi predecessori, a cominciare da Giovanni Spadolini alla fine del 1974 nel governo Moro-La Malfa, non è più soltanto nel Pd l’uomo dell’azione d’oro. Che riesce cioè a rimanere sempre nella maggioranza determinandola, anche nel caso corrente della segretaria Elly Schlein scelta nelle primarie più dagli esterni, o estranei, che dagli interni, o iscritti.
Da un retroscena appena offerto ai lettori del Corriere della Sera con virgolettati di una sua ultima, o penultima, conversazione con amici appesi alle sue labbra, egli esce pure come la Sibilla cumana del Nazareno. Dove sarebbero in troppi, e troppo avventatamente contrari a trattare la riforma elettorale -l’ennesima- con la Meloni decisa a farsela anche da sola, se glielo permetteranno naturalmente nella maggioranza di centrodestra non proprio convinta e compatta.
“La rigidità di quanti oggi non vogliono trattare con Giorgia Meloni sulla legge elettorale li porterà domani a dovere trattare con Giorgia Meloni sul governo”, avrebbe detto Salvini ai suoi facendo loro sospettare che un governo obbligato di larghe intese dopo un pareggio elettorale potrebbe essere guidato anche da uno di centrodestra, per la prima volta dopo le esperienze politiche di Enrico Letta e di Matteo Renzi e tecniche di Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi.








