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Il regista Marco Montenovi: "Ci hanno chiusi in dodici in una cella d’isolamento per una persona". Il professore Vittorio Sergi: "La nostra detenzione è stata una Bolzaneto israeliana, quella di Ben Gvir".

"Le torture sono iniziate sulla nave prigione, in acque internazionali", racconta Marco Montenovi, regista anconetano e attivista della Flotta delle Resistenza Globale (Global Sumud Flotilla – GSF), tornato giovedì notte da Israele, dove era stato imprigionato martedì scorso. Arrivato ad Ancona, ieri mattina è andato a farsi refertare a Torrette per i pestaggi subiti. "Dopo averci portato al porto di Ashdod, siamo entrati nel tendone dove il ministro israeliano Ben Gvir ci ha insultati. Lì quattro poliziotti hanno iniziato a prendermi a cazzotti e calci, colpendomi alle costole. Mi hanno sollevato per i capelli come un trofeo, costretto a terra a gattoni e preso a calci nei testicoli. Poi mi hanno tirato su dalle fascette, stringendomele fino a spaccarle sui polsi per tre o quattro volte. Mi hanno lasciato lì a testa chinata per ore: mi camminavano sopra le mani e il corpo. Come un cagnolino mi hanno trascinato in giro a gattoni per i controlli; ho visto solo il pavimento per quattro o cinque ore. Alla perquisizione corporale mi hanno denudato e, vedendo i segni, i soldati hanno continuato a colpirmi sulle costole finché non si sono rotte. Il dolore era lancinante. Trasferito sul blindato con manette a polsi e piedi verso Ketziot, ho subito maltrattamenti per altre 3 ore. Ci hanno chiusi in dodici in una cella d’isolamento per una persona, e poi in trentasei in una gabbia per ventiquattro, facendoci sfilare per la loro propaganda". Alla domanda se abbia temuto di morire, Montenovi risponde: "No, per un occidentale non si spingono a tanto, ma per i palestinesi il rischio di perdere la vita è costante. Il mio è solo un piccolo assaggio di ciò che loro provano ogni giorno". Un racconto di annientamento e disumanità, confermato dall’altro attivista marchigiano, arrivato a Roma giovedì notte, il docente del Liceo Classico Rinaldini Vittorio Sergi, che definisce la detenzione degli attivisti della GSF come "una Bolzaneto israeliana, la Bolzaneto di Ben Gvir". Sergi annuncia azioni legali: "Rilasceremo dichiarazioni ufficiali con gli avvocati di Sumud nei prossimi giorni. Il team legale raccoglie le testimonianze delle violenze per presentare denunce nazionali e internazionali". L’attivista descrive le violenze subite dagli altri compagni, come Maurizio Menghini, rimasto a Istanbul per farsi refertare: "Calci, pugni, posizioni da stress, minacce di morte e manette strette per ore. Privati di cibo e sonno, venivamo picchiati durante i trasporti. Mentre eravamo legati con la faccia a terra sentivamo le urla delle donne attiviste torturate. Ad Ashdod siamo rimasti ammanettati 12 ore in ginocchio; ho la mano sinistra ancora insensibile. C’era un sistema organizzato di decine di guardie, impiegate a turno". Sergi riporta anche le atrocità vissute dai cooperanti stranieri e apprese una volta arrivati in Turchia, quando ha potuto ritrovare i compagni della sua barca, la Cactus: "Sulla nostra barca a una donna turca hanno rotto un braccio, strappato il velo e l’hanno costretta a baciare la bandiera israeliana, mentre un attivista trans malese è stato violentato. Prima del volo per Eilat, ci hanno percosso fino alla scaletta dell’aereo; ho dovuto strappare dalle mani delle guardie un attivista tedesco che continuavano a pestare". Il ritorno a casa è segnato dalla rabbia politica, scoppiata a Senigallia ieri mattina, quando Sergi ha incrociato l’onorevole del centrodestra Carlo Ciccioli, accusandolo di complicità con Israele. "Il governo non ha mosso un dito, siamo orfani di una politica assente. Bastava un orecchio nel tendone per sentire le urla dei propri cittadini" affermano Sergi e Montenovi. Al rientro a Roma, i sedici italiani in tuta carceraria grigia sono stati accolti dalla celere schierata per evitare contatti con i passeggeri israeliani. Resta l’amarezza di Montenovi per un Mediterraneo "non più libero ma occupato da Israele" e l’impegno solenne di Sergi a testimoniare "per non dimenticare le migliaia di prigionieri palestinesi rimasti in quell’inferno".