“A quell’epoca l’Italia pranzava, cenava e probabilmente faceva l’amore in musica; l’aria ne vibrava; il mare a Venezia e a Napoli portava una nota su ciascuna delle sue onde”.Lord Derwent, Rossini (1937)C’è un punto in cui Gioachino Rossini smette di essere soltanto Rossini, il compositore nato a Pesaro, il “Mozart italiano”, e diventa improvvisamente un autore del nostro tempo. Quel punto si chiama Tancredi: un’opera giovane e spietata che mette in scena guerre di fazione, amori impossibili e la disastrosa fatica di capirsi prima che sia troppo tardi. La partitura rossiniana manca dal Teatro dell’Opera di Roma dal 2004 e in queste settimane è in scena in una nuova produzione, con la regia di Emma Dante e la direzione di Michele Mariotti. Alla regista palermitana è stato assegnato il Leone d’Oro alla carriera 2026 perché, come recita la motivazione, è stata capace di “portare la Sicilia alla ribalta, innervando la grande lezione di Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, come pure di Ciprì e Maresco o Franco Scaldati, affrontando con coraggio una ricerca linguistica unica”. Con questa nuova produzione, la Dante consolida il suo rapporto con il lirico capitolino, avviato nel 2016 con La Cenerentola, sempre di Rossini, cui sono seguiti L’angelo di fuoco di Prokof’ev (2019) e Les dialogues des Carmélites di Poulenc (2022).Siracusa, anno 1005. La città è lacerata dalle lotte tra le grandi famiglie aristocratiche mentre incombe la minaccia saracena. Tancredi, cavaliere esiliato con l’accusa di tradimento, rientra segretamente in patria per rivedere Amenaide, figlia di Argirio, promessa però a Orbazzano. Una lettera scritta da Amenaide a Tancredi viene intercettata e scambiata per una prova di congiura politica. L’onore ferito scatena duelli, accuse e vendette. Tancredi salva Siracusa sul campo di battaglia, ma arriva mortalmente ferito proprio quando l’equivoco viene chiarito e l’innocenza di Amenaide finalmente riconosciuta. “E’ un’opera contemporanea – dice Dante – i due giovani protagonisti raccontano un amore, una passione moderna, direi spietata, ma allo stesso tempo antica”. Quella di Tancredi è una storia universale, umana e terribilmente attuale che Emma Dante mette in scena creando una sorta di teatro nel teatro. L’idea è quella dell’“Opera dei pupi” tipica siciliana dove i sei personaggi principali appaiono come pupi manovrati dai solisti, che cantano e al tempo stesso animano le marionette. Nell’inoltrarsi della storia, l’immedesimazione diventa così profonda da trasformare il manovratore nel personaggio che interpreta. Questa scelta registica si configura come una denuncia, da parte della Dante, di un mondo sempre più distante e chiuso in se stesso, che guarda la realtà con sconvolgente distacco. Una mancanza di empatia che ci rende ormai insensibili al dolore altrui. “La complicità tra il manovratore e il pupo – continua la regista – è stata d’ispirazione per esprimere proprio il sentimento di compassione, di immedesimazione, di partecipazione che, in fondo, è il messaggio più profondo di tutta l’opera rossiniana”.Tancredi salva Siracusa sul campo di battaglia, ma arriva mortalmente ferito proprio quando l’equivoco viene chiarito e l’innocenza di Amenaide finalmente riconosciutaIl libretto di Gaetano Rossi attinge all’omonima tragedia di Voltaire. Un aspetto, questo, poco considerato; una lacuna che nasce dal modo in cui oggi guardiamo a lui, dimenticando come il francese cercasse sul palco la sua consacrazione pubblica. E’ il 1760 e la tragedia è concepita come forma civile e pedagogica, con il compito di educare alla razionalità e alla tolleranza, opponendosi a ogni forma di fanatismo. Il Voltaire di quel periodo – dice Antonio Gurrado, per anni assiduo frequentatore dell’autore del Candide – nutre l’esplicita ambizione di presentarsi come patriarca dell’Illuminismo: è di fatto un feudatario che si fa carico del benessere dei suoi villici, così come, da intellettuale, si riproponeva un intento pedagogico civile. Mezzo secolo dopo, all’altezza del Tancredi di Rossini, quest’ambizione e quest’esigenza sono venute meno”. La fama di Voltaire tragediografo si diffuse così negli ambienti culturali italiani legati al teatro metastasiano, in cui però mancavano il conflitto filosofico delle idee, l’intento pedagogico civile, la sferzante critica sociopolitica e l’urgenza del tema del male, insieme alla rappresentazione cruda e cupa dei conflitti che caratterizzano Voltaire. Nonostante il diverso contesto, dal 1780 si registra un’attenzione crescente della librettistica italiana nei confronti delle sue ventisette tragedie, interesse che andrà progressivamente esaurendosi con l’affermazione del nuovo paradigma romantico dopo il 1830. Così, il Tancredi rossiniano rappresenta anzitutto un caso esemplare di ricezione e adattamento di una tragedia voltairiana alle esigenze del teatro musicale. Va considerato, anzitutto, ciò che comporta il passaggio dal teatro di parola alla scena lirica, dove è la musica a dominare e a regolare lo svolgimento del dramma. Ne deriva l’esigenza di una massima economia nel libretto, intesa sia come concisione sia come essenzialità del dettato, eliminando ogni elemento che possa rallentare il movimento scenico-musicale e aderendo alle convenzioni del genere. Gaetano Rossi, pur seguendo lo sviluppo della vicenda, dispone diversamente gli eventi rispetto all’originale francese, con l’evidente intento di favorire una dinamica scenico-musicale più efficace.Così, il Tancredi rossiniano rappresenta anzitutto un caso esemplare di ricezione e adattamento di una tragedia voltairiana alle esigenze del teatro musicaleIn questo territorio il genio di Rossini si esalta e riesce a strutturare una partitura che, a poco più di vent’anni, consolida la sua fama internazionale e conferma il suo modo di lavorare, fatto di velocità, intuito e capacità di rispondere alle esigenze della storia e dei suoi interpreti. Tancredi fu scritto durante i continui spostamenti da un capo all’altro dell’Italia, da Venezia a Bologna, da Roma a Milano, con il pesarese desideroso di fama e soldi e pronto a confrontarsi per la prima volta con il Gran Teatro alla Fenice di Venezia. E’ il 6 febbraio 1813 e il pubblico che riempie la sala si imbatte in un’opera dall’aspetto folle, perché parla di giovani, delle loro passioni, del modo di vivere in maniera estrema sentimenti e desideri. Lo stesso Rossini, per la prima volta impegnato con un melodramma serio, nutriva qualche timore. Un eventuale fallimento avrebbe potuto segnare in maniera irrimediabile la sua carriera. Il pesarese non volle dirigere dal pianoforte l’esecuzione perché temeva contestazioni. Tutto era pronto in scena e del musicista non vi era traccia. Il primo violino osservò, attese e poi iniziò a suonare da solo. Dopo l’ouverture, l’applauso del pubblico rinvigorì il compositore, che s’infilò nella buca dell’orchestra e diresse l’intera rappresentazione.Anche con Adelaide Malanotte, voce di contralto e prima interprete di Tancredi, i rapporti furono ondivaghi. Rossini compose per lei quella che lo scrittore Stendhal descrive come una “magnifica” aria d’ingresso ma alla vigilia della prima, la cantante manifestò al maestro il proprio disappunto, comunicando di non essere disponibile a cantarla. Rossini tornò a casa e compose un brano completamente nuovo. Nacque Di tanti palpiti, aria dalla melodia leggiadra, capace di conquistare il pubblico veneziano. Si racconta che i gondolieri la fischiettassero lungo i canali la mattina dopo la prima, che i pianoforti la divorassero nei salotti e che perfino chi non aveva mai visto Tancredi conoscesse già quella melodia. Quella prima veneziana andò in porto con giudizi non sempre entusiasti, ma la seconda replica accese l’entusiasmo del pubblico, ne decretò il successo e permise a Rossini di apportare alcuni cambiamenti. Il finale dell’opera venne modificato per ben tre volte, finché il compositore optò definitivamente per il lieto fine, distaccandosi dal finale tragico che andò perduto dalla pratica teatrale per oltre un secolo.Quella prima veneziana andò in porto con giudizi non sempre entusiasti, ma la seconda replica accese l’entusiasmo del pubblico, ne decretò il successo e permise a Rossini di apportare alcuni cambiamentiAnche dal punto di vista orchestrale, questo nuovo lavoro risultò innovativo. Se oggi l’impianto può sembrare minimale, all’epoca venne definito audace. L’opera rivela l’ammirazione del compositore per i maestri viennesi e, in particolare, per Beethoven. Ciò emerge già dalla celebre ouverture, con il suo effetto di crescendo destinato a diventare la firma dell’autore e a valergli il soprannome di “Tedeschino”. Tante novità, però, si inseriscono in un impianto organizzativo fedele ai principi metastasiani, nel quale recitativo, ovviamente accompagnato, e aria costruiscono dramma e musica. “Rossini riesce a coniugare un sentimento puro e istintivo con un perfetto controllo classico, in un equilibrio continuo tra apollineo e dionisiaco. – dice il direttore Michele Mariotti – Sullo sfondo della guerra, Tancredi e Amenaide vivono il loro amore in modo assoluto, con una gelosia e una passione che però ostacolano il dialogo. Nonostante due lunghi duetti, infatti, i giovanissimi amanti non riescono mai a comprendersi davvero. Musicalmente disarmante è invece il finale tragico che descrive con pagine rarefatte e stranianti l’allontanarsi progressivo del corpo e dell’anima di Tancredi”. Dal punto di vista musicale, la novità più eclatante di questa produzione romana è la presenza del contraltista Carlo Vistoli nella parte del principe siracusano Tancredi. Una scelta, quella di affidare la parte protagonista a un controtenore, che desta qualche dubbio, perché Tancredi è scritta fin dall’inizio per un contralto, all’epoca in cui i castrati erano già reperti della storia; ma soprattutto perché, da quando la prima opera seria di Rossini è tornata in repertorio, grazie alla ripresa nel 1952 al Maggio Musicale Fiorentino dopo circa un secolo di oblio, l’eroico e appassionato principe siracusano è stato il fiore all’occhiello delle più celebrate cantanti rossiniane, da Giulietta Simionato a Marilyn Horne, da Lucia Valentini-Terrani a Ewa Podles, fino a Daniela Barcellona.Dal punto di vista musicale, la novità più eclatante di questa produzione romana è la presenza del contraltista Carlo Vistoli nella parte del principe siracusano TancrediAssistendo alla prima dell’opera ci si rende conto di come Michele Mariotti ed Emma Dante abbiano lavorato in piena sintonia, condividendo visione e scelte interpretative. Il finale tragico, alcuni tagli per alleggerire la struttura dell’opera sono scelte forti e condivise. La mano di Mariotti si coglie nella pulizia del suono orchestrale, nella brillantezza che cerca nei passaggi più concitati e nel grande servizio che la musica rende alla parola e a tutto il dramma. La tensione non cala mai e il percorso musicale sposa bene le scelte della regia. Meritati gli applausi per tutti e la conferma che Tancredi è per Rossini ciò che Il ratto dal serraglio fu per Mozart. Si troveranno forse opere dell’uno e dell’altro più compiute, ma nessuna su cui passi così tanto il soffio e l’entusiasmo della giovinezza. Da nessun’altra parte gli eroi avranno lo splendore di Tancredi e Amenaide o di Belmonte e Costanza. Perfino l’eroe muore in un’emozione dolceamara, quella di una generazione che non sa ancora che cosa siano la vecchiaia e la morte. Tutto il fascino di Tancredi si fonda sulla freschezza dell’ispirazione, sull’economia dei mezzi, su melodie semplici che si fissano nella memoria e si canticchiano facilmente. Secondo la visione della Dante, quello rossiniano è un mondo magico, dove può succedere tutto senza che si perdano mai i fili di una narrazione ricca di suspense e mistero. Risulta così ancora più assurdo il periodo di oblio che questa partitura ha dovuto vivere per decenni. Ora è in repertorio e si comprende quanto scritto da Stendhal: “Prima di Rossini, c’era spesso languore e lentezza nell’opera seria; i pezzi ammirabili erano radi, spesso separati da quindici o venti minuti di recitativo e noia. Rossini era venuto a portare in questo genere il fuoco, la vivacità, la perfezione dell’opera buffa (...) intraprese il lavoro di portare la vita nell’opera seria”. Siamo di fronte a un’opera pienamente romantica, che il finale tragico conferma. “La morte del protagonista – conclude Dante – ha dentro qualcosa che ha anche a che fare con la felicità. Tancredi muore felice consapevole che Amenaide lo ama”. In scena rimangono solo i due amanti. Tutti vanno via e si sente la flebile voce di lui; una voce divina ed è come se tutto si riconciliasse tra le braccia di Amenaide. “E’ un finale che da solo – conclude la regista – vale l’intera opera”.