Le parole di Falcone — «Esistono punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri di potere occulti che hanno altri interessi» — suggeriscono l’ipotesi di una convergenza tra Cosa Nostra e attori esterni, tra cui apparati di intelligence deviati, circuiti massonici irregolari, ambienti politici e soggetti con interessi sovranazionali.Professor Musacchio, partiamo da un’espressione che è rimasta scolpita nella storia d’Italia. Dopo il fallito attentato all’Addaura, Giovanni Falcone parlò di "menti raffinatissime". Cosa intendeva dire esattamente e perché questa frase è diventata la chiave per rileggere la sua morte?Quell'espressione segna un punto di rottura. Falcone aveva intuito che la mafia non era un’entità isolata. Suggeriva che dietro le azioni di Cosa Nostra ci fosse una convergenza con centri di potere esterni: apparati di intelligence deviati, circuiti massonici irregolari e ambienti politici corrotti. Non era solo criminalità, era una strategia sovversiva su scala nazionale e sovranazionale.La verità giudiziaria però ci consegna i nomi di Totò Riina e Giovanni Brusca come i responsabili della strage di Capaci. Questo non basta a chiudere il caso?Certamente la manovalanza e il comando esecutivo appartengono a Cosa Nostra. Ci sono, tuttavia, delle anomalie che la sola "mafia dei corleonesi" non spiega. Pensiamo alla tecnologia d'innesco usata a Capaci: era talmente sofisticata da risultare incompatibile con le competenze tecniche dei mafiosi di allora. Questo suggerisce il coinvolgimento di esperti esterni, soggetti dotati di competenze specialistiche.Nel suo libro “Adesso tocca a te” (di consultazione gratuita) lei accenna anche a "ombre digitali" nel periodo immediatamente successivo alla strage. Cosa accadde ai dati di Falcone?È uno degli aspetti più inquietanti. Nei giorni seguenti l’attentato, i dati informatici contenuti nei supporti elettronici di Giovanni Falcone furono manipolati o parzialmente cancellati. Un’operazione chirurgica, che sa di depistaggio o di occultamento deliberato di informazioni che il magistrato stava raccogliendo.Per fare chiarezza, lei più volte in altre interviste e convegni ha parlato di uno schema analitico basato su tre livelli operativi. Può spiegarcelo?Certamente. Per orientare le indagini bisogna guardare a questa articolazione: al livello esecutivo, nel quale Cosa Nostra fornisce la forza bruta e l'organizzazione territoriale; al livello logistico-tecnologico appartenente ai servizi segreti deviati (nazionali e internazionali), che offre copertura e supporto tecnico; al livello strategico proprio dei poteri occulti (politica e finanza), che beneficiano del riassetto istituzionale derivante da tali eventi.L'uccisione di Falcone, quindi, non fu solo una vendetta per le condanne del maxiprocesso?Ridurlo a una semplice vendetta è limitante. Falcone stava facendo luce sui "fili invisibili" che legavano la criminalità organizzata ai centri decisionali del Paese. Lo hanno fermato perché stava arrivando al cuore del potere, laddove si decidevano le sorti dell’Italia.Perché è così difficile, ancora oggi, arrivare ai cosiddetti "mandanti occulti"?Perché le indagini hanno sempre urtato contro ostacoli istituzionali, reticenze e zone d'ombra. Per superare questa impasse servirebbe un approccio multidisciplinare e, soprattutto, una trasparenza totale che fino ad oggi non c’è mai stata.In concreto, secondo lei quali dovrebbero essere i prossimi passi per onorare la memoria di Falcone con la verità?Bisognerebbe agire su quattro fronti: 1) Nuove analisi scientifiche sugli ordigni e sulle tracce informatiche; 2) Garantire la massima integrità e consultabilità delle fonti documentali; 3) Integrare ciò che sappiamo in Italia con i riscontri sui dati verificabili all’estero; 4) Rimuovere gli ostacoli che ancora oggi limitano la cooperazione investigativa nazionale ed internazionale. Questi piccoli passi costituirebbero già un ottimo inizio verso la verità ancora oggi lontana.Le "menti raffinatissime", alla fine, hanno vinto?Hanno segnato la storia, ma l'analisi di questi "schemi" ci permette, se non altro, di non smettere di cercare. La lotta di Giovanni Falcone non era solo contro i “picciotti”, ma contro un sistema di potere corrotto. Capire questo credo sia il primo passo per smantellarlo e rispettare la memoria di tutte le vittime di mafia, non solo di Falcone.Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark, è noto per il suo impegno nella lotta alle mafie e per la sua attività di formazione in ambiti riguardanti la cultura della legalità. Ha insegnato diritto penale in diverse università italiane e presso l'Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma. Attualmente tiene corsi negli Stati Uniti, insegnando tecniche di indagine antimafia a membri delle forze di polizia, inclusa la Polizia Metropolitana di New York. È ricercatore indipendente e membro ordinario dell'Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto. Concentra i suoi studi sulla criminologia delle organizzazioni mafiose e sul narcotraffico internazionale. È artefice di programmi educativi, come il progetto "Legalità Bene Comune" nelle scuole di ogni ordine e grado. Interviene regolarmente in trasmissioni televisive della RAI a livello nazionale come “Presa Diretta”, “Newsroom” e “Report” e su altre testate nazionali e locali per commentare vicende di mafia e criminalità. Ha scritto numerosi libri e articoli su temi di diritto penale e criminologia. Nel 2019 a Casal di Principe gli è stata conferita la Menzione Speciale al Premio Nazionale "don Giuseppe Diana" dai familiari del sacerdote assassinato dalla camorra. Il 27 dicembre 2022 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Il suo lavoro contro le mafie gli ha causato minacce di morte, che non hanno comunque interrotto la sua attività antimafia