"Non prendo lezioni da un bidone con i capelli blu", "mi dispiace per tua mamma che ha un figlio di me*** come te", "fatti una vita fallito". Sono alcuni dei commenti sotto un post preso a caso sui social. Un reel qualunque, in cui si parlava del rapporto tra uomo e cane, che si è trasformato in una palude di insulti tra utenti, spostando il focus dal contenuto alla loro rabbia.Non serve arrivare alle guerre in corso per rendersi conto del clima d'odio che governa questi tempi, e neanche mettere in fila i fatti di cronaca che hanno per protagonisti volti sempre più giovani - vittime ma anche carnefici -, basta scrollare Instagram, o altre piattaforme, per toccare con mano una violenza spaventosa e cieca, che abbiamo ormai interiorizzato al punto che quasi non ci stupisce più. Siamo assuefatti all'aggressività.Un faccia a faccia diverso con il doloreIn questo quadro cupo, il gesto di Davide Cavallo - lo studente milanese di 22 anni che lo scorso ottobre è stato aggredito brutalmente da un branco di ragazzini, rischiando la vita e riportando danni permanenti - è uno squarcio luminoso che dà speranza. Durante il processo al suo aguzzino, Alessandro Chiani, 19 anni, che lo ha accoltellato per rubargli 50 euro, e al coetaneo che era con lui e ha assistito all'aggressione senza intervenire, Ahmed Atia, Davide ha cercato un faccia a faccia diverso con quel dolore. In aula, prima della sentenza - 20 anni di reclusione per Chiani, per tentato omicidio e rapina, 10 mesi per Atia, colpevole di omissione di soccorso - la vittima, che cammina con l'aiuto di due bastoni da trekking per le importanti limitazioni motorie, ha chiesto di avvicinarsi a loro e li ha abbracciati. Aveva già detto di averli perdonati, ma quell'abbraccio gli ha dato una forma concreta, scuotendo l'animo di chi davanti alla violenza invoca solo i forconi.Si sono parlati, Atia gli ha consegnato una lettera, scusandosi, dicendogli: "Potresti essere mio fratello". Un momento di un'umanità straordinaria, che oggi commuove. Alla lettura del verdetto, chi era in aula ha fatto sapere che Davide è rimasto stupito da una pena così severa, quasi dispiaciuto. "Non è buonismo. Mi rifiuto di darla vinta a quello che loro hanno deciso di essere quella sera", ha detto dopo il processo ai giornalisti, spiegando la sua decisione di non cedere all'odio, contro ogni logica.Emozione e scandaloLa potenza del perdono, che da una parte emoziona ma dall'altra scandalizza. Questo è il muro da abbattere. Considerare ormai il perdono come qualcosa di vecchio, da deboli, da 'preti mancati'. Una scelta non percorribile in un mondo dove le strade sono piene di minacce da cui difendersi con altrettanta violenza, o quantomeno con fermezza. In perenne resistenza.L'abbraccio di Davide Cavallo ai suoi aggressori, invece, ci mostra la possibilità di non odiare, la bellezza di abbassare le 'armi' e tornare umani. E la forza che oggi ci vuole per farlo. Perché il perdono è tutt'altro che da perdenti.