Clive Griffiths arrivò fino a Montepulciano per intervistarlo su Videomusic. Era il 1988 e quelli erano gli ultimi mesi di Andrea Pazienza. Nell’intervista disse una frase che si è materializzata ora nel titolo della mostra a lui dedicata che si aprirà il 23 maggio 2026 al Maxxi di Roma e che alle 18,30 sarà preceduta dalla proiezione del film di Renato De Maria, Paz! (2002): “Non sempre si muore”.
L’immortalità di Pazienza è solo artistica perché in fondo in fondo sapeva che – proprio come una rockstar – se ne sarebbe andato presto. E per sempre. Gli ultimi giorni di Pompeo, opera autobiografica, struggente nella sua inevitabile dannazione, non è né la sua ultima opera e nemmeno un testamento (non era tipo da testamenti), ma più di ogni altra lo racconta.
La copertina de Gli ultimi giorni di Pompeo. A destra le Straordinarie avvenuture di Penthotal
L’eroina, la scimmia, Junkie come nel libro (1962) di William Burroughs. Ma non c’è solo questo, troppo riduttivo, troppo maudit, per perdere di vista quel lato creativo (e giocoso) che abbraccia totalmente tutti i suoi 32 anni di vita. Si è cercato di capire che cosa fosse accaduto nelle ultime settimane di vita di Andrea Pazienza, si è cercato di capire se quel malore in bagno fosse dovuto a un’overdose. Ma qui è più attività di cronaca che di arte e c’entra poco con il genio artistico di Andrea Pazienza. C’entra forse di più La carezza in un pugno di Adriano Celentano cantata in moto e nel suo ultimo viaggio in Brasile, con la moglie Marina.













