Le notizie sulla diffusione dei virus Hanta ed Ebola non lasciano presagire una nuova pandemia in stile COVID-19, ma proprio per questo consentono di affrontare in modo razionale il tema del contact tracing che più di altri, all’epoca, ha evidenziato i limiti di una concezione asfittica della protezione dei dati personali.
La “vita parallela” delle attività di prevenzione del contagio dai due virus fornisce, infatti, diversi elementi di riflessione sul quando e come utilizzare gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione per ricostruire le vicende relative che hanno portato al contatto con un agente patogeno e alla sua successiva diffusione.
Dalla ricerca del contagio al tracciamento dei contatti
La ricerca del “paziente zero” superdiffusore del virus Hanta ha dato l’avvio alla ricerca delle persone che ci sono entrate in contatto. Questa volta, per fortuna, l’attività ha riguardato un numero relativamente ristretto di persone ed è stato possibile individuarle tutte in tempi alquanto rapidi senza bisogno di ricorrere ad analisi di grandi quantità di dati.
In parallelo, l’accesso alle informazioni relative ai viaggi — aerei, in questo caso — ha consentito agli USA di negare l’ingresso a un passeggero di un volo Air France che è stato indirizzato verso il Canada per consentire lo sbarco del potenziale soggetto a rischio, che pure era asintomatico. Resta da capire se l’informazione su un passeggero a rischio sia arrivata solo dopo che l’aereo era partito da tempo o se, invece, fosse già disponibile ma non trasmessa in tempo utile.










