La crisi demografica si vede nelle culle vuote, ma si misura nei bilanci pubblici. Ogni anno che passa, nei paesi europei, una quota crescente della spesa va a pensioni, sanità e assistenza. È il prezzo della longevità, una conquista che nessuno dovrebbe rimpiangere. Ma quando la popolazione in età lavorativa si restringe, quel prezzo diventa più pesante per chi resta a pagarlo. I giovani e i lavoratori vedono salire il carico fiscale e contributivo mentre diminuisce lo spazio per scuola, università, infrastrutture, innovazione e politiche per la casa. Da qui nasce un sentimento molto politico: l’idea che il futuro sia stato messo in coda.Il giornalista John Burn-Murdoch, sul Financial Times, ha scritto nei giorni scorsi che la “frana demografica della nostra epoca sta guadagnando velocità e terreno”. In oltre due terzi dei 195 paesi del mondo il numero medio di figli per donna è sceso sotto il tasso di sostituzione, quel 2,1 necessario a mantenere stabili gli abitanti senza immigrazione. In 66 paesi la media è più vicina a uno che a due. Il risultato dei pochi figli è una popolazione più vecchia perché se nascono meno bambini, le nuove generazioni che entrano nella società sono meno numerose di quelle che escono dal mercato del lavoro e arrivano all’età della pensione. La base giovane si restringe, la parte anziana pesa di più.Il caso del Giappone resta il più istruttivo. La stagnazione iniziata negli anni Novanta è spiegata in larga parte dagli economisti con la riduzione della popolazione in età lavorativa prodotta dai bassi tassi di natalità. Quando diminuiscono le persone che lavorano, diminuiscono anche la domanda interna, la capacità di rischio, la mobilità sociale, la produttività potenziale. Una società anziana può essere ordinata, ricca, longeva. Ma tende a diventare anche più prudente, più difensiva, meno incline a investire sul nuovo.Il nodo è la spesa pubblica. Una società che invecchia sposta risorse verso pensioni, sanità e assistenza. Vivere più a lungo è una conquista e curare meglio gli anziani è un dovere. Ma i bilanci pubblici non sono elastici all’infinito. Se cresce la quota di spesa destinata a pensioni, cure mediche e non autosufficienza, si restringe lo spazio per infrastrutture, ricerca, scuola, università, casa, politiche per l’infanzia, transizione tecnologica. La politica finisce per amministrare il passato più che finanziare il futuro. È questa dinamica a far diventare immediatamente politica la demografia. I giovani e i lavoratori vedono aumentare il peso contributivo e fiscale, mentre intorno a loro restano salari bassi, affitti alti, servizi pubblici affaticati, scuole sotto pressione, trasporti e infrastrutture inadeguati. Questo modifica la percezione collettiva e produce una parte del sentimento di declino che attraversa l’Europa e altre nazioni sviluppate. E dal sentimento di declino nasce spesso la domanda di rottura politica.Lo studio Population Aging and the Rise of Populist Attitudes in Europe, di Despina Gavresi, Anastasia Litina e Andreas Irmen, aiuta a mettere questo legame su basi empiriche. Gli autori analizzano 34 paesi tra il 2002 e il 2019 e misurano un indice dato dal numero di persone sopra i 65 anni ogni 100 in età lavorativa. Il risultato è che nelle società europee più anziane diminuisce la fiducia nei partiti, nei parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo; mentre cresce la probabilità di voto per i partiti populisti, soprattutto di destra. Un aumento di un punto dell’indice è associato a una riduzione della partecipazione alle ultime elezioni nazionali. E anche sugli immigrati l’effetto va nella stessa direzione: cresce la convinzione che peggiorino il paese ospite, minino la cultura nazionale, danneggino l’economia e ricevano più di quanto contribuiscano.Gavresi, Litina e Irmen distinguono inoltre tra invecchiamento individuale e invecchiamento della società. Non sostengono solo che gli anziani votino in modo diverso dai giovani ma spiegano che vivere in una società più vecchia cambia anche gli incentivi, le paure e le aspettative dei non anziani. Un giovane che vede restringersi la popolazione attiva e crescere la platea dei pensionati capisce che il suo lavoro dovrà sostenere un sistema più pesante. Se nello stesso tempo osserva meno investimenti su scuola, innovazione, infrastrutture e mobilità sociale, è più facile che sviluppi sfiducia verso le istituzioni.Negli anni Cinquanta e Sessanta il movimento era opposto. Le società occidentali erano giovani, attraversate dal baby boom, dalla costruzione di case, fabbriche, scuole, autostrade, università. La spesa per pensioni e sanità pesava molto meno sui bilanci pubblici. Il welfare era in espansione, ma la struttura demografica lo rendeva più sostenibile: tanti lavoratori, tanti bambini, pochi anziani rispetto alla popolazione attiva. La politica poteva permettersi di parlare il linguaggio della crescita. Le infrastrutture erano il simbolo concreto dell’avanzamento. La scuola funzionava come ascensore sociale, non come settore da difendere ogni anno con fatica. La società aveva lo sguardo rivolto in avanti.Oggi l’Europa rischia di rovesciare quella traiettoria. Più spesa pensionistica (in Italia ha raggiunto i 364 miliardi di euro l’anno, pari al 16,5 per cento del pil: un livello record, nettamente superiore alla media europea del 12,6 per cento), più sanità, più assistenza. E insieme meno investimenti, meno innovazione, meno capitale umano. Questo non significa che le società anziane siano condannate. Significa però che devono scegliere con lucidità dove mettere risorse scarse. Se la risposta è solo protezione dell’esistente, il risultato politico è prevedibile: i partiti inseguono un elettorato mediano sempre più anziano, i giovani si sentono fuori dal patto sociale, i lavoratori vedono crescere gli obblighi senza vedere aumentare le opportunità. In quello spazio prosperano le forze antisistema, che trasformano la paura del declino in risentimento contro élite, istituzioni europee, immigrati e globalizzazione.