Giustizia
Sofia Baldi
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C’è una storia italiana che dura da sei anni, costa centinaia di milioni alle imprese del settore pubblicitario e che pochissimi conoscono al di fuori dei commercialisti, tribunali e avvocati ricorsisti. È la storia del Canone Unico Patrimoniale – il CUP -, un’imposta nata nel 2019 con buone intenzioni e trasformata nel tempo in uno strumento di prelievo arbitrario da parte di Comuni e Province. Fino al 1° maggio 2026, quando la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha messo un punto fermo: il CUP è un tributo, e la conseguenza è politicamente dirompente.
Cinque parole – “ha, in ogni caso, natura tributaria” – che smontano la strategia con cui molti enti locali hanno gestito questa entrata come fosse uno sportello bancomat senza limiti di prelievo. Per i Comuni quella fila di impianti lungo le arterie urbane ha funzionato esattamente così: un erogatore automatico di cassa, da cui attingere anche a saldo insufficiente. La sentenza mette finalmente un tetto al prelievo. Per capire cosa è successo bisogna tornare al 2019. La Legge di Bilancio 2020 voleva semplificare il caos di prelievi locali – TOSAP, COSAP, imposta comunale sulla pubblicità, CIMP – in un unico canone «patrimoniale». La qualifica non era un dettaglio tecnico: un canone patrimoniale non è un tributo, può essere modulato liberamente dall’ente locale senza che lo Stato fissi un tetto. In linea di principio nessuno poteva obiettare. Il problema è arrivato dopo, quando i Comuni hanno cominciato ad applicare quella libertà.








