Si chiude la lunga battaglia legale, durata quasi 25 anni, tra Tim e il governo italiano per un canone di concessione versato nel 1998.
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso presentato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri e conferma in via definitiva la decisione della Corte d'Appello di Roma dell'aprile 2024 che stabiliva la restituzione del canone, di poco superiore a 500 milioni di euro, più il rimborso della rivalutazione e degli interessi maturati, per un totale di poco superiore a un miliardo di euro.
Una somma che il gruppo ha di fatto già incassato a luglio (995,4 milioni di euro) quando ha cartolarizzato il credito con Unicredit e Santander e che non avrà peraltro impatti negativi sui conti pubblici perchè è stato istituito un Fondo con una dotazione di oltre 2,2 miliardi a garanzia sia dei contenziosi nazionali sia di quelli europei come aveva ricordato a ottobre il ministro Giancarlo Giorgetti durante l'audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Dpfp.
La maggior flessibilità finanziaria che deriva però dal rimborso del canone, a partire da una leva (il rapporto tra debito/ebitda a 2) già favorevole e ora con la conferma di avere nuove risorse a disposizione, apre una serie di possibilità tra cui quella di rispolverare un progetto che l'ad Pietro Labriola conserva nel cassetto da oltre un anno, il riacquisto e l'annullamento delle azioni di risparmio. Eliminare uno strumento ormai in disuso (che obbliga la società a distribuire dividendo) consentirebbe di 'spingere' sui flussi di cassa e snellire la struttura della società.






