Un solo ricovero e poi la tranquillità della propria casa: l’aborto farmacologico può essere effettuato a domicilio. Lo prevedono le linee guida emanate dal ministero della Salute nel 2020. Eppure, in Italia, poche regioni garantiscono questa possibilità: Lazio, Emilia-Romagna, le province autonome di Trento e Bolzano e, da poche settimane, la Campania. In Umbria l’attuazione del 2020 è rimasta su carta dopo un cambio di giunta. In Sardegna, un ospedale si è allineato di propria iniziativa.

Così nella penisola l’accesso a prestazioni mediche adeguate dipende, ancora, dalla propria zona di provenienza. «Le regioni sono autonome, l’attuazione purtroppo deve partire dal basso», spiega a Domani Silvana Agatone, ginecologa e presidente di Laiga194, l’associazione dei medici non obiettori. Il processo non è facile: «La politica è disinteressata, i medici non sono informati, le pazienti sono spaventate».

Legge 194, i dati con un anno di ritardo. Meno obiettori e più aborti farmacologici, pesano le disparità territoriali

Eppure, spiega la dottoressa, si tratta una pratica sicura e preferibile, che ha un solo svantaggio: essere stata raccontata male. A volte malissimo. Basti pensare ai manifesti ProVita in cui la pillola viene paragonata alla mela avvelenata di Biancaneve. Il difficile controcanto spetta alle associazioni. A Laiga194, con la sua mappatura aggiornata e informata. All’associazione Coscioni, che in occasione dell’anniversario della legge 194, che ricorre il 22 maggio, rilancia la campagna “Aborto senza ricovero”.