La Procura di Milano: l'input non è partito dal ministero. L'unico indagato resta il tecnico intervistato da Report
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Come e perché un gruppetto di tecnici informatici entrasse di soppiatto nei computer di alcuni magistrati è ancora tutto da capire. Un dato appare però certo: non erano né il governo né il ministero della Giustizia a spiare l'attività dei pm scomodi. L'inchiesta della Procura di Milano su Ecm, l'applicativo in uso a tutte le toghe italiane, viene allo scoperto ieri con un comunicato del procuratore Marcello Viola, stilato d'intesa con il Procuratore antimafia nazionale Giovanni Melillo, che rende note una serie di perquisizioni e di avvisi di garanzia effettuati in marzo. Sono proprio gli inquirenti a spiegare che non c'è nulla, nell'inchiesta, che porti a ipotizzare che le incursioni avvenissero su mandato del ministero. Dopo che Report aveva sollevato il caso, raccogliendo la denuncia di un tecnico installatore, lo spettro di un «grande fratello» ministeriale che monitorasse le inchieste era stato dato per assodato. Invece no. E a finire sotto indagine è per ora solo il tecnico che si era fatto intervistare dal programma Rai, insieme a un paio di colleghi.L'indagine è condotta da Milano perché le vittime delle uniche violazioni accertate sono magistrati in servizio nel distretto di Torino: tra questi, l'allora procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri, che a suo tempo aveva segnalato alcune anomalie del suo computer. Non ci sono, a quanto è dato capire, altre vicende analoghe accertate in altre sedi giudiziarie. Il fenomeno appare dunque circoscritto ma rivela comunque la criticità di uno dei sistemi informatici più delicati del paese, dove girano i dati di milioni di fascicoli processuali.L'allarme è tale che proprio l'altro giorno il ministero della Giustizia ha disposto la rimozione dai sistemi operativi di Ecm: che era stato installato a partire dal 2019, quando al ministero della Giustizia sedeva il grillino Alfonso Bonafede.Le indagini sono state affidate dalla Procura milanese alla Polizia postale, che ha sequestrato una serie di dispositivi le cui «analisi forensi sono tuttora in corso», come spiega il procuratore Marcello Viola. «Le intrusioni informatiche - dice - sono avvenute attraverso la forzatura del sistema resa possibile dal possesso delle credenziali di amministratore. I soggetti perquisiti avevano la disponibilità di tali credenziali in virtù di contratti di assistenza informatica stipulati dal ministero con ditte terze».











