VENEZIA – Non dovete chiedervi perché siamo arrivati, ma perché ci abbiamo messo così tanto. La Serenissima è sempre stata una nostra meta». Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani dice così. Siamo ai Giardini della Biennale di Venezia. Poche ore fa, le Pussy Riot – e non solo loro – hanno attaccato il Padiglione della Russia. All’Arsenale stanno marciando contro quello di Israele. Ma qui, sotto una struttura senza pareti color granata, il Qatar ha messo insieme un artista thailandese, Rirkrit Tiravanija, una videomaker qataro-americana, Sophia Al-Maria, una scultrice kuwaitiana-portoricana, Alia Farid, uno chef palestinese, Fadi Kattan, e un compositore libanese, Tarek Atoui. Untitled 2026 (a gathering of remarkable people), a cura di Tom Eccles e Ruba Katrib, è il progetto che Doha porta in questa sessantunesima, tormentata esposizione internazionale d’arte, il primo del Paese mediorientale, che avrà presto uno spazio permanente alla Biennale, disegnato da Lina Ghotmeh. Intanto, i visitatori si radunano, assaggiano cibi esotici, bevono analcolici, ascoltano musica, mentre si proiettano video e si improvvisa musica. In un’oasi che sembra inconciliabile con il mondo fuori. Qualche ora prima dell’inaugurazione, Sheikha Al Mayassa, sorella dell’emiro e alla guida di Qatar Museums, risponde alle domande seduta nella saletta di uno storico palazzo veneziano, vicino a San Marco; alla parete un dipinto barocco con una Maddalena penitente.