I passi avanti ci sono. Ma sono piccoli, lenti, troppo timidi per parlare di un vero cambiamento. Non è necessario parlare di parità di genere nel mondo del lavoro, si può farlo restando tra le mura di casa, tra il fasciatoio del pupo e il tinello. Chiaro: questo stallo domestico sulle carriere femminili si riflette, eccome. Se in Italia il peso della cura — figli, casa, anziani, organizzazione invisibile della vita quotidiana — continua a gravare soprattutto sulle donne, il costo è altissimo. Il rapporto annuale 2026 dell’Istat lo dice senza giri di parole: «Le disuguaglianze di genere e i carichi familiari rappresentano ancora oggi un fattore che alimenta i divari nelle opportunità sociali ed economiche del Paese». Tradotto: la parità resta una promessa incompiuta.
L’asimmetria uomini-donne nel lavoro di cura e nei carichi familiari: il rapporto Istat
Perché è qui, nel tempo sottratto ogni giorno a sé stesse, che si misura davvero la distanza tra uomini e donne. Nel 2023 una donna sopra i 25 anni dedica in media 4 ore e 44 minuti al giorno al lavoro familiare. Gli uomini si fermano a 2 ore e 6 minuti. Un divario di 2 ore e 38 minuti quotidiani. Ogni giorno.
Vent’anni fa andava peggio, certo: la distanza superava le tre ore e mezza. Ma il miglioramento (un’ora!) è minimo, considerato che sono passati 10 anni di battaglie per la parità di genere. Non solo: se il gap si è ridotto è soprattutto perché le donne fanno meno lavoro domestico rispetto al passato, non perché gli uomini ne abbiano assunto davvero una quota significativa sulle spalle. In due decenni, infatti, il tempo dedicato dagli uomini alla cura è aumentato di appena 19 minuti.







