Un mondo ancora diviso a metà. Dove le disuguaglianze di genere – nonostante alcuni passi in avanti – restano profonde e radicate. Dove il lavoro di cura è ancora quasi totalmente sulle spalle delle donne, bloccando così occupazione e crescita professionale, dove le differenze salariali tra maschi e femmine continuano ad essere profonde penalizzando gravemente le lavoratrici, dove la conciliazione tra maternità e professione diventa sempre più difficile scoraggiando ancor maggiormente la possibilità di mettere al mondo – se accade – più di un figlio. E dove, soprattutto, retaggi e resistenze culturali frenano tuttora le ragazze ad abbracciare quelle carriere scientifiche (Stem) che rappresentano oggi la porta per il futuro.

È questo in sintesi il ritratto delle gravi asimmetrie di genere che emerge dal nuovo rapporto Istat: un Paese con la mobilità sociale ormai ferma e una diseguaglianza antica tra i sessi che la crisi economica acuisce. “Le disuguaglianze di genere e i carichi familiari rappresentano ancora oggi un fattore che alimenta i divari nelle opportunità sociali ed economiche del Paese”, scrive l’Istat.

Il tempo delle donne e quello dei maschi

E allora bisogna partire da un dato semplice quanto fondamentale, messo in luce fin dalle prime statistiche sociali dell’istituto di ricerca di via Balbo (a Roma): nel 2023 le donne di 25 anni e più hanno dedicato al lavoro familiare in media 4 ore e 44 minuti al giorno, a fronte di 2 ore e 6 minuti degli uomini, con un divario pari a 2 ore e 38 minuti. Rispetto al 2003 il divario si è ridotto di circa un’ora, ma più per effetto della diminuzione del lavoro familiare femminile (-40 minuti) che per il limitato incremento di quello maschile (+19 minuti).