L’acutezza Rai, la lungimiranza Rai: poteva chiudere una causa legale con 55 mila euro e ha finito per pagarne 350 mila. Poteva ascoltare il giudice ma ha preferito andare avanti, in Appello, e perdere, perdere, fortissimamente perdere. Il caso Gaudenzi, il vicedirettore del Tg1, demansionato dalla ex direttrice del Tg1, Monica Maggioni, andrebbe citato come esempio da Meloni. E’ l’esempio che ci sono giudici assennati, è l’esempio dell’irredimibilità Rai, l’esempio. La Rai, che è una grande azienda, ha una divisione affari legali. Al di là di chi la dirige, di chi aiuta il direttore dell’approfondimento Corsini nella sua corrispondenza epistolare con Sigfrido Ranucci (più intensa di quella fra Roth e Zweig) c’è un ufficio legale composto da almeno quaranta fra impiegati e funzionari, segreteria. Cosa accade quando Gaudenzi decide di adire contro la Rai? La causa viene assegnata allo studio Persiani, viene assegnata fuori. Si è sempre fatto così. Il giudice capisce fin sa dubito che la Rai rischia di perdere e che per Gaudenzi, giornalista Rai, da quarant’anni, è una azione dolorosa. Che fa? Invita le parti a trovare una mediazione. La Rai è in torto perché non ha formulato le proposte di lavoro a Gaudenzi entro i limiti previsti dagli accordi. A dirla intera c’è da ridere.La Rai propone a Gaudenzi di lavorare in una costituenda redazione, attenzione, costituenda, in pratica una redazione che non esiste presso Rai Italia (questa esiste; sì, esiste Rai Italia). L’altra proposta a Gaudenzi è esotica: andare a ricoprire la carica di corrispondente al Cairo. Gaudenzi si interroga: al Cairo ci sono ben due giornalisti di stanza. Che va a fare? Alla fine accetterà di lavorare come caporedattore nella fascia mattutina del Tg1. Il giudice insiste: parlatevi. Fa il buon padre di famiglia. Consiglia: tentate una mediazione. Gaudenzi accetta ed è pronto a chiudere con la Rai per 75 mila euro. Alla Rai non basta. Stabilisce che 75 mila euro è troppo. Si riprova e Gaudenzi viene incontro alla Rai. Abbassa la sua richiesta di risarcimento perché non cerca il denaro: vuole che il torto gli venga riparato, anche solo simbolicamente. Insieme al suo avvocato scende e propone di chiudere a 55 mila euro. Sembra che la Rai accetti, è quasi fatta, almeno così viene concordato in udienza. Basta nulla e si mette fine a una ferita dolorosa sia per la Rai sia per Gaudenzi che viene segnato anche nel corpo da questa contesa. Il giorno dell’accordo la risposta dei legali Rai è: andiamo avanti. E’ un rischio che la Rai decide di correre e lo corre fino in fondo, in Appello. L’accordo salta. Il processo continua. La Rai perde.Gaudenzi si vede riconoscere, oggi, un risarcimento da 350 mila euro e, sia chiaro, è un risarcimento tabellare, previsto dal codice. Quanti sono i casi Gaudenzi in Rai? C’è una frase dell’ad Giampaolo Rossi di buonsenso che riguarda Ranucci ma che andrebbe applicata alla Rai in tutto. Dice Rossi che a volte “il giornalismo d’inchiesta si trasforma in giornalismo di teorema e il giornalismo di teorema diventa un rischio cancerogeno per la democrazia e la Rai non può perseguirlo”. Per quale teorema la Rai ha perseguito la battaglia con Gaudenzi, malgrado avesse accettato di mediare, in prima battuta? Oggi la Rai paga sei volte tanto oltre alla parcella dello studio legale a cui ha delegato la causa. Il paradosso è un altro. Bisogna anche ringraziare la Rai per avere abbattuto il numero di cause legali. Queste sono le pendenti: quelle del 2022 sono 312; del 2023: 256; del 2024: 212; del 2025: 209. Paga la Rai ma paga chi versa il canone. Il caso Gaudenzi è il migliore spot per chi propone di abolirlo. Si è sempre detto che i giudici non pagano per i loro errori, solo la Rai poteva trovare un giudice che ha provato a salvarla dai suoi. Chi paga?
Il risarcimento di Gaudenzi: chiedeva 55 mila euro, la Rai paga ora 350 mila
Un accordo saltato e un processo finito male per la tv pubblica. Il caso del vicedirettore del Tg1 demansionato è il migliore spot per chi propone di abolire il canone








