Immagine generata dall'AI

Negli ultimi anni il termine “intelligenza artificiale” è diventato un’etichetta ombrello che tende a ricomprendere fenomeni molto diversi tra loro, con il rischio di produrre semplificazioni concettuali e distorsioni interpretative. In ambito sanitario questa ambiguità è particolarmente evidente: sotto la stessa denominazione rientrano infatti sistemi che operano su livelli profondamente differenti: dalla classificazione socio-economica utilizzata per la governance dell’accesso alle cure fino agli strumenti di supporto clinico progettati per assistere i medici nelle decisioni diagnostiche e terapeutiche. La distinzione non è soltanto tecnica ma riguarda modelli differenti di responsabilità, di distribuzione del potere decisionale e di impatto sui diritti fondamentali. Il caso del Kenya consente di rendere visibile in modo particolarmente chiaro questa differenza. Da un lato, le recenti riforme della Social Health Authority (SHA) introducono sistemi algoritmici di stima del reddito finalizzati a determinare i contributi sanitari dei cittadini; dall’altro, esperienze come il progetto AI Consult sviluppato da Penda Health mostrano l’impiego dell’intelligenza artificiale come copilota clinico integrato nella pratica medica quotidiana. Sotto la stessa etichetta di “AI in sanità” convivono dunque logiche non solo diverse, ma potenzialmente non commensurabili.