«Ci hanno chiesto di aiutare, sapevamo di avere le competenze necessarie per entrare in quella grotta in sicurezza. Cosa è successo? Presto per dirlo, ma in questi casi spesso conta l'errore umano». Jenni Westerlund, 38 anni, è la più giovane del team di super specialisti di speleosubacquea finlandesi (gli altri sono Sami Paakkarinen e Patrik Grönqvist). Quando sugli smartphone sono giunte le richieste di aiuto della fondazione Dan Europe che proponeva di salire su un aereo e andare alle Maldive per recuperare i corpi dei quattro italiani morti nelle grotte, non hanno esitato e hanno detto "ok, andiamo". Il giorno prima un coraggioso sommozzatore delle forze di difesa maldiviane era morto durante le ricerche. Servivano i migliori speleosub al mondo e servivano le migliori attrezzature.
Jenni Westerlund ha una rodata esperienza alle spalle: partecipò alla missione, guidata da Sami, che andò a riprendere i due amici morti nelle grotte in Norvegia, sfidando il divieto del governo locale. Lei, così come Sami e Patrik, non ha chiesto un compenso. Quando sempre da Dan Europe hanno mandato un messaggio sull'argomento, i tre finlandesi non hanno neppure risposto. Erano già in viaggio per l'aeroporto di Stoccolma. Da lì, facendo varie tappe, sono arrivati all'atollo di Vaavu, hanno preparato l'attrezzatura, dagli scooter ai rebreather, e si sono immersi a oltre sessanta metri nelle grotte di Dhekunu Kandu. Il primo giorno hanno individuato i quattro corpi, il secondo hanno riportato in superficie i primi due, il terzo gli altri due. Ieri hanno svolto l'ultima esplorazione nelle grotte, le informazioni che hanno raccolto saranno utili per aggiornare le mappe che di fatto non esistono. Questa sera torneranno in Scandinavia.Quali difficoltà aggiuntive ha posto questa missione? «Avevamo pochissimo tempo per organizzarci: eravamo in vacanza in Svezia e ci è arrivata la chiamata. Per fortuna, anche lì abbiamo amici fidati e siamo riusciti a procurarci l'attrezzatura più adatta a quel tipo di ambiente. Ci siamo mossi in fretta, con quello che avevamo».Quanto sono stretti alcuni dei passaggi all'interno delle grotte? «Ci sono cunicoli angusti in cui ci si muove a malapena, e poi all'improvviso si apre un'area più ampia. In generale, c'è sempre abbastanza spazio per far passare un subacqueo».Avevate una mappa? «Avevamo solo qualche schizzo, dei disegni molto approssimativi. Non erano accurati».Come erano divisi i ruoli all'interno del team durante l'operazione? «Non lavoriamo con ruoli rigidi e prestabiliti. Siamo una squadra e ci adattiamo continuamente alla situazione, in base a quello che serve in ogni momento».Da un punto di vista pratico, come si gestisce il recupero e il trasporto dei corpi in spazi così stretti e bui? «Ci siamo serviti di scooter subacquei. Uno di noi guidava, apriva la strada; l'altro assisteva, controllava, si occupava del carico».Con il massimo rispetto per le indagini ancora in corso, si è fatta un'idea su cosa possa avere causato questa tragedia? «È ancora presto per trarre conclusioni, per dire cosa sia andato storto durante l'immersione dei cinque sub italiani. Le indagini sono ancora in corso, ma negli incidenti di immersione in grotta la causa principale, più comune, è l'errore umano».Che tipo di solidarietà ha percepito, all'interno della comunità subacquea, verso le vittime di questa tragedia? «La comunità dei subacquei è piuttosto unita a livello internazionale, quindi tragedie come questa vengono sentite profondamente da tutta la comunità».È emerso che lei e il resto del team non riceverete alcun compenso per questa missione. Cosa vi spinge a rischiare la vita in questo modo? «Ci hanno chiesto di aiutare, e noi sapevamo di avere le competenze per farlo in modo sicuro, riducendo al minimo i rischi. Non c'era altro da valutare. Non ci potevamo tirare indietro».Gianluca Benedetti morto in immersione alle Maldive: per l'autopsia il perito del caso Yara. Slitta il funerale











