“Notre Salut” rappresenta ad un tempo il meglio e il peggio di un certo cinema d'autore, capace di affrontare temi importanti con un'impronta personale autentica, ma troppo schiavo della propria vanità, troppo legato ad un integralismo di concezione per essere completamente riuscito. Emmanuel Marre in questa Cannes 2026 parla della sua famiglia, della sua Francia, di un passato oscuro. “Notre Salut” - La tramaFrancia, 1940. La Germania in poche settimane ha distrutto l'esercito in teoria più potente d'Europa, la Guerra Lampo ha lasciato sgomento un paese che si credeva invincibile. Il Maresciallo Pétain diventa il capo della Francia sconfitta, Vichy è dove il Governo della metà “libera” del paese tira avanti sotto il controllo tedesco a Nord. Il momento è confuso, grave, ma per chi è ambizioso, insoddisfatto, per chi crede in Pétain, c'è uno spazio per trovare la propria occasione. Pensa questo Henri Marre (Swann Arlaud), semplice impiegato di scarsa fortuna, con tante idee su come riformare il lavoro e la burocrazia ministeriale. Notre Salut, un saggio sulla possibile rinascita della res publica nella Francia occupata, gli procura un posto di tutto riguardo nel Ministero del Lavoro, nell'Ufficio per la disoccupazione. La moglie Paulette (Sandrine Blancke) e i figli sono motivazione e assieme zavorra sulla sua esistenza, sono lì a ricordargli che non vale niente ma deve valere qualcosa. Quando però i tedeschi stringono il loro giogo, quando viene coinvolto nella deportazione degli ebrei, le cose cominciano a cambiare. “Notre Salut” per Emmanuel Marre è un film particolare, perché parla di suo nonno. Trovatemi un regista che parli apertamente di un capitolo così oscuro della sua famiglia, di un nonno coinvolto nel collaborazionismo più bieco e terribile. Cannes 2026 ha parlato molto della Francia occupata, lo ha fatto con “Moulin”, lo ha fatto con “La Bataille De Guelle”, ma “Notre Salut” è un film che ci parla del male, quello più sottile, strano, quello reale e vero. Lo fa con un film fiume di 155 minuti. Un sequestro di persona sarò onesto, perché va bene tutto, ma bastavano due ore, di questa marea di tempo un certo cinema deve cominciare a depurarsi. “Fatherland” qui a Cannes lo ha dimostrato: 82 minuti bastano e avanzano per dire grandi cose. Il che non toglie però che “Notre Salut” sia un film interessante, acuto, politicamente molto intelligente, anche se perseguitato da un tono ibrido, instabile, con inserti musicali moderni che cozzano con il naturalismo semi-documentaristico che Marre sceglie, con una regia strettissima, in perenne movimento, tanto da risultare quasi insopportabile. Un piccolo borghese capace di grande crudeltà“Notre Salut” però è un film storico e politico molto profondo. Swann Arlaud è magnifico nel tratteggiare un personaggio che avrebbe strappato un applauso a gente come Elio Petri o Mario Monicelli. Insignificante, rancoroso, ambizioso oltre le sue dubbie qualità, arrivista e ipocrita, rappresenta in modo perfetto quella vasta umanità che ieri come oggi trova nel fascismo e nell'obbedienza la propria ragione di vita, di riscatto, la scorciatoia con cui cercare di scalare una catena alimentare abitata da altri individui uguali. Patetico per quanto è sicuro di sé, in realtà più intelligente di quanto sembri, è animato da un'ambizione che però non trova un reale pensiero politico che vada oltre l'idea di essere un simbolo, una sorta di catalizzatore di una perfezione immaginata. No va oltre parole d'ordine, motti, retorica, un nazionalismo che si spegne di fronte ad un tedesco prepotente, arrogante, sadicamente conscio del rapporto di forze. Ma non tutti attorno a lui sono così codardi, non tutti sono incapaci di vedere la realtà e allora ecco che arriva la solitudine, l'incertezza, la sensazione di essere un nessuno. Swann Arlaud potrebbe portarsi a casa il premio come Migliori Interprete. “Notre Salut” si aggrappa a lui per giustificare la pantagruelica lunghezza e il ritmo a volte eccessivamente contemplativo. Ma lui è perfetto in ogni espressione, ogni frase, ogni alzata di spalla nel comporre il percorso di questo nessuno che vuole a tutti i costi essere qualcuno. La fotografia di Olivier Boonjing è onestamente una meraviglia, l'arma principale di Marre per farci credere ad ogni istante, ogni dialogo. L'orrore si intuisce, ma non si vede, questo è un film sul collaborazionismo, su Vichy, su un uomo di quel tempo feroce. Il che lo rende se possibile anche più terrificante e inquietante. Qualche isolato scatto d'ira e di dignità lo potrebbe quasi salvare, se non fosse per la sua vanagloria, la sua mediocrità di credersi un predestinato. “Notre Salut” è uno di quei film che, con doverose correzioni, vorremmo vedere anche in Italia ma che sappiamo non potrà mai succedere. Noi con il passato totalitario non abbiamo davvero mai fatto i conti, ancora oggi siamo pieni di Henri Marre e degli uomini in cui essi credono. Voto: 6/7
"Notre Salut" e quella banalità del male che arriva a Cannes 2026
Emmanuel Marre porta un film molto personale e molto politico alla Croisette, un'opera fiume ambientata nella Francia occupata dal nazismo










