La prima mossa, come spesso è accaduto in passato da PayPal a Tesla, l’ha fatta Elon Musk. SpaceX ha depositato il prospetto per quotarsi il 12 giugno al Nasdaq, l’indice tecnologico di Wall Street: avrà il ticker SPCX e punta a raccogliere fino a ottanta miliardi di dollari, con una valutazione di almeno 1750. Al termine dell’operazione sarà la più grande Ipo della storia, tre volte quella di Aramco, la compagnia petrolifera saudita, conclusa ormai sette anni fa.

Sono bastate ventiquattrore per imprimere un’accelerazione improvvisa alla competizione globale sull’intelligenza artificiale, spostando la contesa dalla raccolta di capitale privato alla mobilitazione di massa del risparmio pubblico. Questo perché, mentre si cominciava a dibattere sui conti di SpaceX, Wall Street Journal e Bloomberg confermavano l’indiscrezione secondo cui OpenAI potrebbe già questa settimana depositare in via riservata il proprio prospetto, per poi quotarsi a settembre. Senza dimenticare che anche Anthropic corre verso la Borsa, dove conta di arrivare a ottobre, forte di una valutazione non trascurabile di novecento miliardi di dollari. Stavolta, cioè, non si è trattato dell’ennesimo modello linguistico in grado stravolgere la griglia di partenza (sebbene le novità annunciate a San Francisco da Google qualcosa muteranno), ma della conferma che gli sviluppi futuri sono legati alla sostenibilità economica, ai debiti che si riuscirà a sostenere in attesa della profittabilità.