PORCIA - «Noi siamo la Zanussi». Uno striscione con la scritta nera in campo giallo, richiamando lo storico marchio Zanussi, davanti ai tornelli. Lo stesso striscione che accompagnò le battaglie del 2013-2014, quelle che salvarono lo stabilimento di Porcia dalla minacciata chiusura.Poi l'altro striscione, quello Rsu Zanussi Electrolux, anche questo storico, davanti ai lavoratori, tutti i 1.300, che verso le 9,20 hanno abbandonato il loro posto in linea o alla scrivania e hanno composto il corteo che, sfilando tra i capannoni, ha raggiunto il piazzale della portineria nord per l'assemblea. Simboli di una lotta per la difesa dello stabilimento, e non solo quello di Porcia, ma della presenza di Electrolux in Italia, che è appena ricominciata.
LA RABBIA Ieri mattina centinaia e centinaia di lavoratrici, lavoratori, pensionati, sindaci e rappresentanti istituzionali hanno partecipato all'assemblea pubblica convocata dopo l'annuncio dei 1.700 esuberi in Italia e della progressiva delocalizzazione di produzioni strategiche. Una mobilitazione compatta, che ha unito fabbrica e territorio come non accadeva dal 2014. A prendere la parola sono stati i delegati delle Rsu, che hanno ricordato come «ogni riduzione di produzione qui dentro significa colpire l'intera provincia», quindi gli interventi dei segretari di categoria, Gianni Piccinin (Fim), Roberto Zaami (Uilm) e Simonetta Chiarotto (Fiom). Zaami ha ricostruito con durezza la traiettoria industriale degli ultimi anni: «Questa non è una ristrutturazione: è una dichiarazione di guerra. Stanno svuotando gli stabilimenti di prodotti e competenze. Senza investimenti, il passo successivo è la chiusura». Il segretario Uilm ha ricordato la storia della Zanussi come motore di mobilità sociale: «Era un pezzo di identità, non solo una fabbrica. Oggi invece prevale una logica di profitto che cancella l'indotto e riduce l'occupazione un pezzo alla volta». Chiarotto ha richiamato la battaglia del 2014: «Allora abbiamo resistito otto mesi al freddo e abbiamo vinto. Oggi la posta è la stessa: difendere il lavoro e il territorio». E ha fissato una linea invalicabile: «Se l'azienda non ritira i licenziamenti, non c'è trattativa possibile». Piccinin ha insistito sulla necessità di un fronte unito: «Non è solo una vertenza industriale: è una questione di dignità per un territorio che ha dato tutto a questa azienda». SUPPORTO Accanto ai lavoratori, una presenza istituzionale mai così ampia. Tanti i sindaci della provincia hanno partecipato all'assemblea, molti con la fascia tricolore. «Sono figlio di operai Zanussi. La mia famiglia ha prosperato grazie a questo stabilimento, dove ha lavorato per più di 35 anni» ha rivendicato con orgoglio Marco Sartini, primo cittadino di Porcia. Un legame che rende ancora più duro, ha detto, «vedere ciò che sta accadendo a Porcia: una sciagura per le famiglie». «Qui si fanno lavatrici dal 1954. Da oltre settant'anni questo stabilimento ha fatto nascere e crescere il tessuto industriale di tutta la provincia». Per questo, ha avvertito, «chiudere o ridurre drasticamente Porcia sarebbe l'inizio di un percorso triste che potrebbe portare alla completa chiusura». «Siamo qui ha concluso - perché questa comunità non accetterà passivamente un ridimensionamento che colpisce la nostra identità e la nostra storia industriale». E ha ricordato l'appuntamento con l'assemblea dei sindaci di questo pomeriggio a Porcia dalla quale uscirà un documento condiviso tra istituzioni e sindacati da portare al tavolo con il governo. Il sindaco di Pordenone Alessandro Basso ha ricordato il valore storico e sociale della produzione Zanussi per il territorio: «Una lavatrice non è solo un elettrodomestico: per le nostre famiglie è stata emancipazione, progresso, un nuovo sviluppo industriale». Ha spiegato come l'arrivo della lavatrice nelle case della provincia abbia segnato «la trasformazione di un assetto sociale e territoriale che non poteva più basarsi solo sull'agricoltura». «Mai come oggi sindaci di diversi schieramenti, rappresentanti regionali e parlamentari parlano la stessa lingua», ha aggiunto, definendo l'intervento dei lavoratori «un vero documento politico da consegnare al futuro e all'azienda». Basso ha richiamato anche il percorso che porterà Pordenone a essere Capitale italiana della cultura 2027: «Quel dossier si regge su fondamenta solide: il lavoro, l'industria, i sacrifici di questa terra». Sul piano industriale, il giudizio è netto: «Non siamo sprovveduti: conosciamo le difficoltà del settore, dell'energia, del mercato globale. Ma ciò che ci spaventa è un piano che non è industriale, è un piano di dismissione». E ha aggiunto: «Un piano industriale fa crescere, non chiude. Qui invece sembra che l'azienda abbia già deciso il destino dei propri dipendenti». LA CHIESA Momento particolarmente sentito l'intervento del vescovo di Pordenone, Giuseppe Pellegrini, accolto da un lungo applauso: «So cosa rappresenta questa fabbrica per le famiglie. Quello che sta accadendo è una sciagura sociale, e noi come comunità saremo al vostro fianco». Il messaggio politico è chiaro: la difesa dello stabilimento non riguarda solo i 1.300 dipendenti diretti, ma un sistema industriale che coinvolge migliaia di persone nell'indotto. L'assemblea si è chiusa con un coro che ha attraversato tutta l'area industriale: "La Zanussi non si spegne".











