PECHINO. "Parlerò con lui. Parlo con tutti. Abbiamo la situazione completamente sotto controllo. Abbiamo avuto un grande incontro con il presidente Xi. Lavoreremo sul problema Taiwan". A parlare è Donald Trump, il "lui" a cui si riferisce è Lai Ching-te, il presidente di Taipei che Pechino ritiene un "secessionista radicale". È la conferma che il presidente degli Stati Uniti intende parlare con lui, in quello che sarebbe il primo storico colloquio ufficiale tra un leader americano e un leader taiwanese in carica dopo il 1979, quando Washington ruppe le relazioni diplomatiche ufficiali con Taipei avviando quelle con Pechino.

Si tratta dell'ennesimo segnale contraddittorio che Trump lancia sul tema che Xi Jinping, nel summit della settimana scorsa a Pechino, ha indicato come la "prima linea rossa" nei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Su Taiwan, più che altrove, il pilastro dello status quo è stato a lungo la prevedibilità. L'intero sistema costruito negli ultimi decenni tra Washington, Pechino e Taipei si regge su ambiguità calibrate, formule diplomatiche studiate al millimetro e linee rosse spesso non scritte ma note a tutti. È un equilibrio fragile, ma sopravvissuto proprio perché ciascun attore sa fino a che punto può spingersi. Negli ultimi giorni Trump ha però inviato segnali profondamente contraddittori, capaci di generare contemporaneamente inquietudine a Taipei e irritazione a Pechino. Lo stesso utilizzo di "problema Taiwan" non è passata inosservata sull'isola, visto che si tratta di un'espressione utilizzata regolarmente dalla leadership cinese e particolarmente invisa a Taipei, che la considera il riflesso di una narrativa che la presenta come una questione interna cinese. Se quella telefonata dovesse davvero avvenire, il suo impatto sarebbe enorme indipendentemente dai contenuti. Esiste solo un precedente, seppure diverso: nel dicembre 2016, lo stesso Trump parlò con l'allora leader taiwanese Tsai Ing-wen, ma in quel momento non era ancora entrato alla Casa Bianca. Eppure quella chiamata provocò un terremoto diplomatico. Molti analisti ritengono che abbia segnato l'inizio di un effetto domino le cui conseguenze continuano ancora oggi. Sarebbe in quel momento che Xi ha iniziato a guardare con sospetto qualsiasi manovra americana su Taiwan. Da Taipei, il ministero degli Esteri ha già fatto sapere che anche Lai sarebbe disponibile. Per Pechino, invece, la prospettiva appare inaccettabile. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun ha chiesto a Washington di agire con "la massima cautela", esortando gli Stati Uniti a non inviare "segnali fuorvianti alle forze separatiste che sostengono l'indipendenza di Taiwan".