La festa è finita, ho detto a una mia amica la scorsa estate, durante una passeggiata notturna a Parigi. In parte, quello che intendevo era chiaro: le nostre notti di droghe pesanti, musica techno a palla, drink economici e niente smartphone non torneranno più. Passando accanto alle saracinesche abbassate e ai tavolini dei caffè a lume di candela tra i riflessi dei bicchieri di vino, ricordavamo i locali underground che avevamo frequentato: lei a Ramallah, io a Berlino. Parlavamo di scantinati bui, della terra umida sotto i piedi ai rave estivi, del retrogusto gessoso delle pasticche di ecstasy. Ricordavamo le puntine che graffiavano dischi di vinile rosso, i dj che scalavano il muro dell’apart­heid, gli amici morti o affogati dentro l’illusione della notte.

Fingevamo di non avere più nulla a che fare con quegli anni strani e difficili. Ora eravamo scrittrici, romanziere, e avevamo sublimato quelle notti attraverso la narrativa. Mi chiedevo, però, se persone come noi, che avevano abitato così a lungo quel mondo parallelo, non sarebbero rimaste sempre un po’ fuori asse, permeabili alla musica di quell’altra dimensione. Un’amica, di recente, mi ha chiesto qual è la differenza tra “conoscenza diurna” e “conoscenza notturna”, una coppia epistemologica che coglie in pieno la frattura netta tra qui e là. A una festa, la conoscenza conta meno, è uno spazio governato dagli impulsi, non dai pensieri. Allo stesso tempo, però, il club può essere anche un luogo di scoperta, dove si calpestano i fili elettrici dell’epifania.