L’11 Settembre e Mtv, Britney Spears e l’iPod... una scrittrice spiega perché proviamo così tanta nostalgia di quegli anni, ovvero l’ultima volta che abbiamo davvero sperato nel futuro

di Chiara Barzini - foto di Elizabeth Renstrom

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A Capodanno del 2000 ero con un gruppo di amici dell’università per le strade di San Francisco e la maggior parte delle persone attorno a noi era convinta che a mezzanotte saremmo saltati tutti per aria. Sarebbero finalmente sbarcati gli alieni, quindi tanto valeva godersi ogni cosa fino all’ultimo minuto. C’erano persone che facevano l’amore per strada, molti fattoni che preferivano andarsene in silenzio. Io avevo vent’anni ed ero molto innamorata del mio fidanzato di allora. Camminavamo tenendoci per mano, con la spocchia dei giovani. “Vieni a prenderci fine del mondo. Tanto non ci potrai fare nulla!”. Era in effetti un momento magico. A Capodanno del 2000 i tostapane avrebbero potuto smettere di funzionare, gli aerei sarebbero caduti dal cielo, i missili nucleari si sarebbero lanciati da soli. Da qualche parte tra la paranoia della Guerra fredda e l’analfabetismo tecnologico viveva questa fantasia persistente: che il mondo potesse finire non con un botto, ma con un timestamp sbagliato. Alcuni immaginavano che sarebbe successo tutto allo scoccare della mezzanotte, come se il capitalismo stesso fosse Cenerentola e i server fossero zucche. Altri speravano che il millennium bug fosse un tasto delete del cosmico, che avrebbe fatto piazza pulita, eliminando gli eccessi, i dati, i debiti o semplicemente le cattive vibrazioni. Non è stato così. Almeno non letteralmente. La paura non era solo quella di un collasso tecnologico, ma anche di qualcosa di più difficile da definire: che il futuro non arrivasse in tempo o che arrivasse in una forma malata o corrotta. Questo di fatto è successo e la scrittrice Colette Shade, con una voce analitica, ironica (e piena di empatia per le persone che eravamo nel secolo scorso), ne scrive divinamente nel suo nuovo libro Y2K (HarperCollins Publishers).