«Non temiamo di scendere in piazza il 23 maggio, se significa dare voce ai nostri medici - ribadisce l’Ordine di Torino -. È un modo per mettere in pratica quel che la legge sugli Ordini ci chiede: valorizzare la funzione sociale della professione. Il nostro codice deontologico pone come valori fondanti la libertà, l’indipendenza e l’autonomia da qualsiasi condizionamento che possa subordinare la cura a interessi diversi da quelli della salute». Quasi un manifesto in vista della manifestazione di sabato. Anche se, come in ogni comunità, anche all’interno dell’Ordine il dibattito è aperto. «L’Ordine è un ente istituzionale, con iscrizione obbligatoria, non un’entità politico sindacale - scrive a La Stampa un dottore -. Come iscritto e come professionista, sono contrario a tali comportamenti che esulano dalle finalità proprie dell’Ordine stesso».

Vecchie ruggini A ridosso della manifestazione le posizioni variano. Non ultimo: riemergono vecchie ruggini tra categorie. Di certo la giornata di sabato lancerà un segnale. Il corteo partirà dal Grattacielo Piemonte, sede della Regione, e si snoderà fino alle Molinette. Diversi i temi sollevati dal Comitato: carenza di personale, aumento delle liste d’attesa, crescita della spesa privata delle famiglie, rischio di privatizzazione dei servizi territoriali. Ieri il focus sulle Case di comunità: «Temiamo che una nuova riforma sia ridotta a un maquillage delle strutture ambulatoriali, anziché una garanzia di qualità e continuità delle cure». Netto Giorgio Airaudo, segretario Cgil Piemonte: «In questi anni la Regione non ha difeso la Sanità pubblica, oggi tocca di nuovo ai cittadini difenderla». Il numero dei partecipanti è un’incognita, dal Comitato parlano di adesioni numerose. La manifestazione di sabato Come si premetteva, c’è chi sarà della partita - ieri si è aggregata l’Associazione Luca Coscioni - e chi no. «L’Ordine delle Professioni Infermieristiche deve rappresentare la professione nelle sedi istituzionali - spiega Ivan Bufalo, il presidente -. Le piazze appartengono ad altre forme di rappresentanza». Assenti gli altri Ordini professionali. Non ci saranno Cisl e Uil. Né Cimo, per i medici. Né Nursind e Nursing Up per gli infermieri: «Manteniamo una rigorosa autonomia da qualsiasi schieramento o logica politica. Riteniamo poi che l'alleanza tra una sigla confederale e l'Ordine/sindacato dei medici presenti una contraddizione di fondo. Le liste d'attesa, ad esempio, risentono della coesistenza tra attività istituzionale e privata. La componente medica trae il meglio da entrambi a differenza della componente infermieristica, che opera solo a sostegno del sistema pubblico». Il clima è questo. Di certo l’iniziativa di sabato è espressione di un malessere sempre più diffuso, solo a Torino, che la Regione farebbe bene a non sottovalutare.