«Cerchiamo un calcio più umano, radicato nel territorio. Prima il calcio era popolare, ora è diventato una cosa per ricchi, quasi come il golf o il tennis. Un ragazzo per iscriversi a una scuola calcio paga 1.000 euro di quota, 300 di materiali. Qui possono venire tutti. Non prendiamo decisioni per il mero guadagno economico, preferiamo togliere i ragazzi dalla strada», dice Francesco Bragalone, l'allenatore del Centro Storico Lebowski femminile, che milita in Promozione.

Ci riceve sull'unica tribuna dello stadio, dove assiste alle partite la parte organizzata del tifo: la curva Moana Pozzi. Sta per iniziare un allenamento, ma prima ha un discorso importante da fare alle sue giocatrici: bisogna analizzare gli errori dell'ultima partita terminata con una sconfitta.

Tenetevi le vostre Superleghe, il fascino del calcio popolare resiste a Borgata Gordiani

UN’ALTERNATIVA AL CALCIO MODERNO

Il CS Lebowski rappresenta un caso unico in Italia, un club di “calcio popolare” a struttura cooperativa, che oggi vanta soci in tutti i continenti. La sede ora è nella periferia di Firenze, più vicina all'aeroporto che al Duomo. Il nome è quello di un personaggio famoso per la sua pigrizia estrema, il Drugo di The Big Lebowski (1998) dei fratelli Coen, ma qui tutti si danno da fare. «Vincere non è secondario. Vogliamo farlo secondo le nostre regole, senza cadere nei vizi del calcio moderno. Mettiamo limiti ai rimborsi, non è giusto che un maestro o un autista di autobus guadagnino meno di un calciatore», spiega Raffaele Ballini, direttore sportivo e allenatore della prima squadra maschile.