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Alessandro Aleotti

Migliaia di milanesi vanno oltre il tifo. Il ruolo dei centri sportivi

Il calcio, a Milano, non è solo recarsi a San Siro o tifare davanti alla tv. A calcio si gioca ancora molto, dalla pratica agonistica giovanile e dilettantistica nella Figc a quella più di carattere amatoriale negli oratori e nei tornei degli Enti di Promozione Sportiva, per giungere a quella puramente ludica e spontanea degli amici — giovani e meno giovani — che vanno a giocare a calcetto per tenersi in movimento e trascorrere una serata in compagnia.Queste attività coinvolgono molte migliaia di milanesi, a cui, tuttavia, non viene dedicata alcuna attenzione, se non quando accadono fatti disdicevoli (generalmente risse o minacce agli arbitri) che, pur intollerabili soprattutto in un calcio giovanile sciaguratamente abbandonato all’illusoria emulazione del grande calcio, sono in numero comunque irrilevante, se consideriamo che nell’area metropolitana milanese si giocano, senza forze dell’ordine, oltre ventimila partite all’anno.

La pratica del calcio di base è tanto diffusa nei tessuti sociali quanto sottovalutata sul piano culturale. Invece, è proprio su quei campi e campetti che si sciolgono quelle differenze etniche, sociali e culturali che altrove sembrano insuperabili. Capire e saper valorizzare il significato di questo fenomeno è essenziale. Gli esempi internazionali non mancano. Gli inglesi - che non a caso sono stati gli inventori del calcio - mantengono una consolidata tradizione di comunità territoriali che si ritrovano - rigorosamente con una pinta di birra in mano - nei piccoli stadi senza barriere del calcio minore. A Buenos Aires — dove quasi un abitante su due ha origini italiane — ogni barrio ha nel Centro Deportivo Y Social un’istituzione fondamentale dove, tra una partita di calcio e una lezione di tango, si cementa la vita sociale dei quartieri.Da noi, purtroppo, vi è molta inconsapevolezza su questo tema. Il dibattito calcistico assorbe solo la logica del tifoso, facendo così scomparire dal giornalismo sportivo figure della statura di Gianni Brera o Arpino e anche le incursioni in argomento calcistico di intellettuali come Pasolini o Carmelo Bene. La situazione poi si aggrava con la «cattura» delle figure di potere che, quando devono prendere decisioni sul calcio, finiscono per assumere la postura irrazionale del tifoso.