C’è un luogo, dentro lo Stato italiano, dove finiscono decine di progetti di energia rinnovabile già istruiti, già valutati, già arrivati al termine del loro percorso autorizzativo. E lì restano. Fermi. Senza spiegazioni, senza tempi certi, senza interlocuzione. È il DICA, il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un acronimo sconosciuto ai più, ma che per molti imprenditori del settore energetico è diventato sinonimo di limbo.
Si stima che siano fino a 150 i progetti eolici e fotovoltaici bloccati a Palazzo Chigi. Almeno 6 GW di potenza installabile congelata. Energia che il Paese potrebbe produrre e che invece continua a restare sulla carta, mentre l’Italia paga prezzi energetici tra i più alti d’Europa e continua a dipendere dall’estero in una fase internazionale che rende tutto ancora più fragile.
Attenzione: non parlo di progetti preliminari o improvvisati. Parlo di impianti già vagliati tecnicamente, spesso dopo anni di iter autorizzativi, investimenti milionari, verifiche ambientali, richieste di connessione, acquisizione di terreni, progettazioni definitive. Progetti che si fermano soltanto perché, alla fine del procedimento, emerge un conflitto tra amministrazioni. Di norma il Ministero dell’Ambiente esprime parere favorevole, mentre il Ministero della Cultura si oppone. A quel punto il fascicolo viene trasmesso alla Presidenza del Consiglio affinché il dissenso venga superato ovvero si assuma una decisione definitiva.











