Ma al di là del mero dato economico, c’è un modo semplice per capire il valore reale della proposta: chiedersi se lo Stato potrebbe ottenere gli stessi soldi, negli stessi tempi, con strumenti «ordinari» di bilancio. La risposta, se si guarda ai numeri senza retorica, è no. O comunque, non senza costi politici ed economici molto più alti. Perché qui sta il punto: il meccanismo sulle rinnovabili non crea solo un’entrata, ma la crea senza drenare risorse esistenti. Ed è una differenza enorme. Se lo Stato italiano volesse incassare, nel breve periodo, quei 3-5 miliardi stimati, dovrebbe percorrere strade ben note. Nessuna indolore. La via più diretta sarebbe aumentare le imposte: un incremento dell’Iva anche solo dell’1% genera qualche miliardo. Ma qui il problema è doppio: ci sarebbe un impatto immediato su consumi e crescita e il costo politico sarebbe altissimo. L’alternativa è ridurre la spesa pubblica: sanità, welfare, investimenti. Ma ottenere 3-5 miliardi «veri» in tempi rapidi significa intervenire su capitoli sensibili. E soprattutto: i tagli producono effetti recessivi nel breve periodo. Non è un caso che ogni legge di bilancio fatichi a trovare coperture anche molto più piccole. Terza opzione: fare più deficit, cioè emettere nuovo debito. Qui il vincolo è evidente: l’aumento del rapporto debito/Pil, la conseguente pressione dei mercati e i famigerati vincoli europei. In pratica, si comprano risorse oggi al prezzo di pagarle (con interessi) domani. Esattamente il contrario del meccanismo sulle rinnovabili, che invece genera entrate senza aumentare il debito.