Un paio di anni fa, di questi tempi, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin annunciava, con tanto di punto esclamativo, di voler dare “nuova energia rinnovabile all’Italia!”. Lo spunto era, in attesa del successivo decreto, il via libera ai fondi PNRR da 2,2 miliardi di euro da dedicare alle CER, le comunità energetiche rinnovabili che, sempre secondo il ministero, in Italia avrebbero presto superato le 20mila unità. Oggi queste realtà sono poco più di 600. Tra burocrazia spesso lenta e macchinosa, attesa di decreti e annunci di speranza per un'Italia in piena transizione energetica, diverse realtà del territorio, soprattutto quelle medio-piccole, hanno comunque investito decidendo di unirsi per autoprodurre energia elettrica da fonti rinnovabili. Questo lo hanno fatto soprattutto grazie, come si legge nella presentazione del decreto, a due fattori decisivi: un contributo fino al 40% dell’investimento per coloro che creano CER e il tutto con la garanzia di risorse PNRR pari a 2,2 miliardi.

Alle porte dello scorso weekend però quella cifra, a circa una settimana dalla scadenza del bando del 30 novembre, con tanto di annunci direttamente rilanciati sui social da parte del GSE (Gestore dei servizi energetici) è stata ridimensionata addirittura del 64%. La dotazione finanziaria è stata infatti improvvisamente “rimodulata”, si legge nella nota ministeriale, ed è passata da 2,2 miliardi di euro a 795,5 milioni. Un taglio drastico che potrebbe contribuire addirittura a “staccare la spina alle CER”, dice per esempio Giovanni Montagnani, presidente della CER Vergante Rinnovabile che, come molti operatori a giudicare dalla valanga di commenti al post di Paolo Arrigoni (presidente GSE) in cui spiegava il cambio di dotazione, è rimasto totalmente sconcertato per quanto accaduto.