Precarietà, discontinuità, compensi saltuari e inadeguati sono tutte caratteristiche delle professioni artistiche, fanno parte del pacchetto. Attori, doppiatori, musicisti e ballerini quotidianamente affrontano queste incertezze. E parliamo di decine di migliaia di professionisti. Le tutele sulla carta ci sono e non da oggi. Si chiamano diritti connessi al diritto d’autore.

Un salario differito previsto sia dalle direttive europee che dalle norme italiane di recepimento. Si tratta di un compenso che le tv, le piattaforme streaming devono corrispondere ogni volta che un film, una fiction, un video musicale o anche in programma televisivo vede coinvolti questi professionisti.

Il principio è molto semplice: se tu tv/piattaforma guadagni mandando in onda a ripetizione queste opere devi riconoscere qualcosa a chi ha lavorato in quelle opere. Quel qualcosa, fino al 2019, era definito “equo” compenso. Doveva essere una forma di ristoro successivo, in realtà arrivavano compensi di centesimi di euro per opere di grande successo e, badate bene, neppure a tutti gli artisti aventi diritto.

Negli anni, la Commissione europea, anche su sollecitazione delle categorie, si era resa conto che di equo non vi fosse nulla e il sistema non reggeva. Così dopo lunghe discussioni e battaglie lobbistiche, la direttiva copyright è stata aggiornata e ha definito il compenso “adeguato e proporzionato” ai ricavi che l’opera genera.