Sono mesi complessi e difficili per il mondo dell’audiovisivo e dello spettacolo dal vivo. I due anni di sensibile riduzione delle produzioni audiovisive causata soprattutto dal blocco del tax credit, il non ancora rinnovato contratto delle troupe (riguarda oltre 180 diverse figure professionali, ed è del 1999), le difficoltà delle case di produzione italiane ormai in massima parte acquisite dalle grandi piattaforme, sono solo alcuni dei temi che raccontano di un comparto in grande sofferenza. In Italia si registrano oltre 100 mila addetti ad altissima specializzazione, con una paga media annua che si attesta intorno agli 11 mila euro (dati della Fondazione Di Vittorio). Il blocco delle produzioni ha fatto sì che moltissimi lavoratori e lavoratrici, una volta esaurite le poche forme di sostegno al reddito, siano costretti a cercare lavoro in altri settori, disperdendo un patrimonio di saperi e professionalità.
Il mondo dello spettacolo dal vivo, e in particolare del teatro di prosa, è stato invece investito dalle dimissioni di parte della commissione consultiva teatro del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo (Fnsv), in particolare di tutti i componenti designati dalla conferenza unificata in rappresentanza della conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dell’Upi e dell’Anci, avvenuta il 19 giugno. Il motivo è nel metodo che ha portato al declassamento del Teatro nazionale della Toscana, diretto da Stefano Massini, attraverso un attacco politico neppure troppo velato contro un direttore e una Regione non allineate. Ma questo è solo l’ultimo atto di una “involuzione” nella logica del sostegno allo spettacolo dal vivo (che impegna lo 0,025 per cento del Pil) volta a premiare le realtà commerciali e a escludere il “teatro d’arte”, il cui nome non è neppure più presente nel decreto legislativo di riferimento. Il teatro d’arte per sua natura non va incontro ai gusti del pubblico, ma svolge una fondamentale funzione di costruzione della polis, di elaborazione del pensiero critico, di sguardo altro e profetico sul mondo. Sottrarre al teatro d’arte anche quella misera percentuale di un già misero finanziamento statale significa operare una censura che affama il pensiero e la libertà d’espressione.






