La scomparsa, lo scorso 17 maggio a 93 anni, di Etienne Davignon segna l'uscita di scena di un grande protagonista della vicenda europea degli ultimi settant'anni. Sì perché eravamo all'inizio degli anni Sessanta quando l'allora giovanissimo diplomatico entrò nella squadra di un gigante dell'europeismo come Paul-Henri Spaak, a quel tempo Ministro degli eateri belga, di cui divenne presto vice capo di gabinetto. Un'esperienza che lo introdusse al cuore della costruzione europea in uno dei momenti di sua maggiore creatività e che sarebbe stata l'inizio di una lunghissima vicenda istituzionale.
Conclusa quella stagione, infatti, proseguì la carriera nella diplomazia belga, dove si distinse rapidamente per un'influenza evidentemente superiore al suo grado gerarchico: con la leggenda che vuole che Kissinger, ad ogni arrivo in Belgio, chiedesse immediatamente «dov'è Davignon?», incurante delle gerarchie del Ministero e volendo andare dritto alla persona da cui poteva ricavare le informazioni più utili.
Dopo aver guidato l'Agenzia Internazionale dell'Energia, nel 1977 arrivò il passaggio certamente più significativo nella vicenda europeista di Davignon: la nomina a Commissario europeo per gli affari industriali, incarico che avrebbe ricoperto fino al 1984, nelle Commissioni presiedute prima dal britannico Roy Jenkins e poi dal lussemburghese Gaston Thorn.










