C’è un dettaglio che pesa più di ogni formula diplomatica: uomini e donne in giubbotto di salvataggio, con le mani alzate, ripresi in diretta mentre soldati armati salgono a bordo. Non una scena da zona grigia del diritto internazionale raccontata anni dopo, ma un frammento quasi in tempo reale di una crisi che, nel giro di poche ore, ha spinto il governo italiano a convocare l’ambasciatore israeliano e il ministro degli Esteri Antonio Tajani a usare parole che, nel linguaggio prudente della diplomazia, suonano come una rottura netta: “inaccettabile”, “esecrabile”, “si è superata la linea rossa”.
La vicenda della Global Sumud Flotilla, la flottiglia di attivisti partita dalla Turchia per tentare di raggiungere Gaza, ha smesso quasi subito di essere soltanto il racconto di un abbordaggio in mare. È diventata un caso politico internazionale perché tocca tre nervi scoperti insieme: la condizione umanitaria nella Striscia, il tema dell’uso della forza contro civili non armati e la crescente difficoltà dei partner europei di sostenere senza riserve la condotta del governo israeliano. Tajani, nel video rilanciato da HuffPost Italia, insiste proprio su questo punto: a bordo, dice, “non sono terroristi”, “non erano armati”, “non avevano intenzioni violente”; e soprattutto l’intervento, secondo la ricostruzione italiana e quella di più fonti internazionali, è avvenuto in acque internazionali, vicino a Cipro, non davanti a Gaza né nelle acque territoriali israeliane.










