Sovraffollamento e attese interminabili stanno trasformando i Pronto soccorso italiani in potenziali polveriere, con episodi quotidiani di intolleranza, aggressioni e tensioni. Di fronte a questa emergenza, i vertici aziendali hanno scelto di rafforzare la sicurezza interna, incrementando la presenza di vigilanza armata. Ma è davvero la militarizzazione degli ospedali la risposta più adeguata?
«La realtà» – dice Rosario Gugliotta, presidente rete civica Articolo 32 – «è che l'attuale gestione costringe il personale sanitario a lavorare in condizioni totalmente incompatibili con lo svolgimento sereno delle proprie mansioni. I medici e gli infermieri, oltre a farsi carico della cura dei pazienti, si trovano a dover gestire un clima di costante ostilità. La gestione dell’accoglienza e dell’attesa in un’area così critica non si risolve con i muscoli o con le armi, ma va affrontata con competenza, professionalità e profonda umanità. Appare purtroppo evidente come i massimi vertici non abbiano una reale consapevolezza del disagio vissuto dai pazienti, in particolar modo da quelli più fragili. La soluzione non sta nel presidiare gli effetti del malfunzionamento, ma nel curare le cause dell’efficienza organizzativa. È necessario estendere e strutturare il modello di ‘presa in carico anticipata’, un sistema che permette di avviare il percorso clinico-assistenziale del paziente senza che questo debba attendere passivamente la prima visita del medico del Pronto Soccorso».











